«I Moti grido d’allarme delle aree interne»

9 Marzo 2021

L’antropologa Giancristofaro: «L’Abruzzo è un’invenzione istituzionale, una regione di separati in casa» 

L’AQUILA. I Moti aquilani furono un grande momento di verità, irrrisolto, per l’intero Paese perché «hanno avuto il grande merito di aver svelato il problema del 900 abruzzese e di tutto l’Appennino: la fuga dalla montagna verso la costa. Si è impoverita un’intera area e resta sempre valida questa domanda: e ora che ne facciamo delle aree interne? I Moti quindi furono la rivendicazione dell’identità delle aree interne, tra ricchezza e povertà, un grido tipo noi siamo qua, e necessitava di una risposta sistemica». Lo dice la professoressa Lia Giancristofaro, docente di antropologia culturale all’Università d’Annunzio. Per Giancristofaro «era un allarme di tipo nazionale, perché la cosa riguardava tutto l’Appennino, è tutta una civiltà tagliata fuori». Per questo, prima ancora che alla politica, vista l’impossibilità di chiedere ben poco al sistema economico, in Abruzzo quindi si è fatto anche ricorso a una terapia della memoria, fa capire la professoressa Giancristofaro, perché «la memoria abruzzese ha un sussulto negli anni ’80, con la nascita delle feste popolari, con un percorso in parte nazionale e ispirato dalla storia con la funzione di “sostituire” le feste patronali, ma anche qui il lavoro è stato degli “storici”, è effetto di ricerche, vedi Mastrogiurato, Sulmona, Perdonanza: anche in questo caso si è trattato di un’autocelebrazione e di un governo dell’immaginario locale», prosegue la studiosa. «Risistemare gli equilibri politicamente corretti e contribuire alla ricerca identitaria, partecipando alle sfilate. Le feste, insomma, furono un antidoto non so se per un complesso di inferiorità, ma certamente la politica non è neutra, perché si tratta di un’autocelebrazione anche con funzione integrativa, ti metti allo specchio, ti dai un’immagine e questo è un bene. A Pescara questo non c’è, mentre c’è forte all’Aquila, a Lanciano perché sono fuori traiettoria. Pescara pensa di avere ricchezze “altre”, vive per concentrazione demografica, di questa memoria non sente bisogno perché non si sente dimenticata: il ricorso alla ricreazione della memoria è più forte nelle aree che si sentono ai margini. Pescara infatti ha una vita densa di non luoghi, ma per un 20enne la vita è lì».
C’è da segnalare «la costante della ricerca di identità e memoria è per quei territori che sono fuori dalle linee demografiche, tra la costa e i monti, tra le aree interne e il mare, e infatti i Moti questo furono. La pescarizzazione della costa adriatica ha rafforzato la distanza tra centro e periferia e fatto sorgere il bisogno di recupero di memoria della aree interne, i Moti certificarono questo. La montagna ha bisogno della nostalgia della memoria e questo crea conflitto. Vedi il turismo: Roccaraso certifica la sua pescarizzazione, così come il paradigma è Pescara-Rimini, e Roccaraso-Ortisei, ossia un luogo la cui funzione è soprattutto economia, quantità, però è un fenomeno fragile, vedi la pandemia che sta rimettendo tutto in discussione. La strada giusta sarebbe quella di un’agricoltura sostenibile, con più spazio per le persone in armonia, con una socialità più rarefatta con più paracaduti sociali».
«Quo vadis Abruzzo?», aggiunge la studiosa. «La verità è che l’Abruzzo come idea fino all’800 non esisteva: è stata un’invenzione degli intellettuali. L’Abruzzo è un’invenzione istituzionale. Certo, c’era una vita sociale e commerciale, ma la riflessione sull’identità non esisteva. Un contadino di Guardiagrele non sapeva di essere “abruzzese”, lui si riferiva al suo contado, magari fino a Lanciano. Tant’è che per decenni li abbiamo chiamati gli Abruzzi e che la prima frattura viene col 1963 quando il Molise decise di separarsi. Cioè in realtà non si capisce bene dove inizia e dove finisce questa identità, prima geografica poi culturale, perché l’identità è un luogo culturale. L’Abruzzo è una terra selvaggia. Infatti qui l’uomo ha fatto poco e male. L’Abruzzo è una regione di separati in casa e quindi da questo punto di vista da gente alienata e stressata».