I periti confermano: il prete è stato ucciso

28 Aprile 2018

Si aggrava la posizione di don Piccoli, ex parroco di Pizzoli, sospettato di essere l’assassino dell’anziano sacerdote 

TRIESTE. Don Giuseppe Rocco, l’anziano sacerdote triestino trovato morto nella sua stanza della Casa del Clero, è stato soffocato e strozzato. L’udienza di ieri in tribunale a Trieste, che vede come unico imputato per omicidio un altro prete, don Paolo Piccoli (ex parroco di Pizzoli), sembra non lasciare più spazio a dubbi. I due consulenti della Procura, il medico legale Fulvio Costantinides e il collega Fabio Cavalli, esperto di radiologia forense, hanno chiarito con molta precisione la dinamica del delitto avvenuto quattro anni fa.
Il novantaduenne “don Pino”, parroco della chiesa di Santa Teresa, non può in alcun modo essersi ucciso da solo. Lo hanno sostenuto entrambi gli specialisti, incalzati dalle domande dei pm Lucia Baldovin e Matteo Tripani, del giudice Filippo Gulotta e dell’avvocato che difende Piccoli, Vincenzo Calderoni: il fatto che il novantaduenne soffrisse di problemi di respirazione, tanto da portarsi spesso le mani al collo, anche con forza (come testimoniato da numerose persone che conoscevano il sacerdote), non avrebbe nulla a che fare con il decesso. Non si è trattato di morte naturale, né tantomeno di una morte autoprodotta in modo involontario durante una crisi respiratoria. Niente di tutto ciò.
Con molta probabilità il novantaduenne don Rocco è stato aggredito nella sua stanza mentre era a letto. Qualcuno gli ha tappato la bocca e gli ha stretto il collo fino ad ammazzarlo.
Ci sono vari elementi che portano a ritenere che sia andata effettivamente così. Il quadro emerge innanzitutto dall’analisi scientifica del dottor Cavalli, responsabile dell’Unità ricerca di Paleoradiologia e Scienze affini dell’Asuits. Lo specialista ha eseguito una Tac, con una sorta di autopsia virtuale sull’intero blocco laringe-lingua-trachea del cadavere. L’esame ha certificato la rottura dell’osso ioide, della cartilagine tiroidea e di quella aritenoidea. Fratture causate da una pressione; presumibilmente del pollice di una mano, capace di arrivare fino a quel punto del collo e con intensità. «Sono i classici effetti dello strozzamento», ha affermato il medico in aula. Secondo gli accertamenti, la vittima sarebbe stata afferrata alla gola. Ad “artiglio”.
«È impossibile che una persona si faccia tutto questo da sola», ha osservato ancora il dottor Cavalli, «perché il dolore prodotto è forte. Quel tipo di lesioni non possono essere auto inflitte». Anche perché la pressione interessa pure il seno carotideo, provocando l’arresto cardiaco. «Una persona sviene prima, non può fare tutto ciò da sé, perché svenendo molla la mano. Mentre qui si sono rotte tre parti distinte».
Nella sua deposizione il dottor Costantinides, rispondendo alle domande dei magistrati e del legale, ha invece reso noto che il cadavere aveva anche delle emorragie all’interno della bocca, compatibili con una stretta sulle guance. E pure segni sulla cute del collo, riconducibili a una lesione traumatica prodotta dalle unghie.
Un soffocamento, insomma, compiuto con un gesto di impulso: come se l’assassino fosse stato visto e riconosciuto e, per zittire la vittima, gli avesse stretto la bocca con la mano, mentre il pollice premeva sul collo strozzando l’anziano sacerdote. La posizione di Piccoli, accusato dell’omicidio (sul letto della vittima sono state trovate tracce ematiche che appartengono a lui), si fa ora più complicata. «Tutto ciò», ha rilevato l’avvocato dell’imputato, Calderoni, «non dimostra la colpevolezza del mio assistito. Dimostra l’azione di un soggetto, non di Piccoli. Valuteremo se chiedere alla Corte di nominare un suo perito per un ulteriore punto di vista».
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