Il beato Vincenzo rivive nel dipinto di Gatti

3 Dicembre 2017

Nel convento di San Giuliano restituita alla collettività la preziosa opera restaurata L’Ordine degli psicologi promuove l’iniziativa grazie a una raccolta di fondi

L’AQUILA. Il cielo notturno di un blu profondo, realizzato completamente in azzurrite dalle esperte mani di Saturnino Gatti, era scomparso nei secoli per fare posto a un paesaggio: quello che nella memoria degli aquilani faceva da sfondo all’immagine del beato Vincenzo sull’altare laterale della chiesa di San Giuliano. Grazie a un lungo lavoro di restauro, quel cielo è tornato a illuminare dalle spalle uno dei ritratti destinati a testimoniare per sempre l’attività dell’artista aquilano, emblema del Rinascimento. Il dipinto su tavola, restaurato con i fondi raccolti dall’Ordine degli Psicologi d’Abruzzo, è stato restituito ieri alla chiesa, insieme al sacello, al termine di una cerimonia inserita nell’ambito di un convegno a più voci. A raccontare le fasi del restauro la funzionaria storica dell’arte Bianca Maria Colasacco della Soprintendenza dell’Aquila e cratere, che ha seguito sin dall’inizio il progetto e i lavori, e i restauratori Lorenza D’Alessandro e Giorgio Capriotti. Hanno partecipato anche il presidente dell’Ordine regionale degli Psicologi Tancredi Di Iullo, il presidente nazionale Fulvio Giardina, il guardiano del convento padre Marco Federici e la soprintendente Alessandra Vittorini. A seguire, sul tema delle radici identitarie, lo storico Raffaele Colapietra, il direttore della rivista Domus Nicola Di Battista e lo psicologo e docente all’Università dell’Aquila Enrico Perilli.
LAVORO CERTOSINO. «Vedendo il dipinto non si aveva l’impressione di un’opera in particolare sofferenza, tanto che abbiamo preso in considerazione il suo restauro solo al termine di un lungo percorso», racconta Colasacco. «Ma le ridipinture fatte nel corso degli anni si sono rivelate difficilissime da rimuovere. Per cui la pulitura di questo prezioso dipinto è stata possibile dopo una serie di analisi. L’intervento è stato affrontato con scrupolo certosino, in primis per la paternità che gli veniva attribuita. Saturnino Gatti, infatti, è un gigante all’Aquila, impersona il Rinascimento. Frequentava la bottega del Verrocchio che in quello stesso periodo era frequentata da Leonardo e da Pinturicchio. È l’artefice anche della Madonna fittile di Collemaggio. Nella chiesa di San Panfilo di Tornimparte resta la sua prova testimoniale più importante: un ciclo di affreschi bellissimo. Questa opera rappresenta sicuramente un vertice espressivo dell’artista. Meta fondamentale e insostituibile per un percorso di studio sia per addetti ai lavori, che per curiosi. La rimozione laboriosissima degli strati aggiunti, avvenuta in maniera lenticolare con l’uso costante di un microscopio, ci ha condotto a una sorpresa».
IL DETTAGLIO. Nell’andare a rimuovere il paesaggio che era sullo sfondo del Beato, i restauratori hanno trovato qualcosa di inaspettato. «L’effetto di lontananza del paesaggio alle spalle del Beato ci convinceva poco, sia sotto il profilo qualitativo, sia anche sotto quello iconografico. Tra le tante riproduzioni che ci sono state dell’opera, ce n’è una in particolare, riferibile a Saturnino Gatti, che non ha dietro un paesaggio, ma una sorta di parapetto che ritroviamo anche nei dipinti eseguiti da Cola dell’Amatrice», ha continuato la storica dell’arte. «Questo particolare che individua un setto divisorio, una separazione netta, tra il mondo umano è quello divino, era stato soppresso nella tavola di San Giuliano sacrificando un elemento non solo iconografico, ma importante: la triplice spazialità creata da Gatti, dal piano del terreno, dove si trovano i piedi del beato, fino ad arrivare alla dimensione del cielo azzurro e tersissimo che fa da sfondo al dipinto».
DIPINTO PARLANTE. Definisce così quello del Beato la stessa Colasacco: «Mi sono emozionata nel vedere la straordinaria tecnica esecutiva. Vincenzo viene ritratto con tale precisione iconografica e con tratto talmente magistrale da lasciare veramente senza parole».
L’IPOTESI. Durante il lungo lavoro, con luce radente la tavola, i restauratori hanno notato qualcosa di molto particolare: «La superficie che ci aspettavamo liscia, non è stata invece levigata, quasi con l’intenzione di mantenere a vista la scabrosità dei colpi della pialla», ha spiegato Capriotti. «L’ipotesi suggestiva è che questa tavola fosse stata lasciata così perché aveva un significato preciso, forse aveva un valore di per sé simbolico, era una reliquia, una tavola legata alla frequentazione del Beato, un dato da cui non poter prescindere. In tal modo si sarebbe lasciato nel corpo dell’opera una traccia della vita di Vincenzo».
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