Il Campidoglio rende giustizia a Ovidio

Votata all’unanimità la simbolica riabilitazione del grande poeta latino che fu costretto all’esilio. Applausi e lacrime in aula
SULMONA. Roma ha revocato l’esilio a Ovidio. La simbolica “riabilitazione” del grande poeta latino è avvenuta ieri mattina in Campidoglio. A prendere la storica decisione nell’aula Giulio Cesare Revocatoè stata l’assemblea capitolina, che idealmente rappresenta la continuità storica del Senato e del Popolo di Roma, presieduta da Marcello De Vito. La mozione, presentata da Eleonora Guadagno, dei 5 Stelle, è stata approvata all’unanimità e salutata da uno scrosciante applauso da tutti i consiglieri, alzatisi in piedi. Una cerimonia toccante, che ha commosso fin quasi alle lacrime Annamaria Casini e Katia Di Marzio, sindaco e presidente del consiglio comunale che indossavano la fascia Tricolore e alle quali De Vito ha riservato l’onore di sedere sugli scranni riservati agli assessori. Successivamente c’è stata l’esibizione, anch’essa molto applaudita, di quattro alunni del liceo Ovidio di Sulmona: Claudio Di Braccio, Elena Ciccarelli e Sara Terracciano hanno letto passi dai “Tristia” e dalle “Epistolae ex Ponto”, opere scritte da Ovidio in esilio; mentre Benedetta Cutarella, ha suonato il flauto traverso. Della delegazione del liceo Ovidio, composta da 22 alunni, facevano parte anche due giovanissime insegnanti, Cristina Martinelli e Sabrina Cardone. La dirigente Caterina Fantauzzi avrebbe desiderato tanto esserci, ma purtroppo non ha potuto a causa di un infortunio.
«L’onore che con questo atto Roma rende al grande poeta latino», ha detto Annamaria Casini, «ci riempie di gioia e di orgoglio. In questi mesi abbiamo sempre ripetuto che Ovidio non fosse solo di Sulmona, sua patria, ma anche di Roma, in cui visse, di Ovidiu e di Costanza, territori romeni che lo accolsero in esilio fino alla morte. Ed è per questo che sono convinta che le celebrazioni nel segno di Ovidio debbano continuare ad incrociarsi tra Paesi, facendo leva sulla cultura che unisce e sulla figura del poeta che, a duemila anni dalla sua morte, conserva ancora il suo fascino». In 2.000 anni Roma non aveva mai disconosciuto, in modo ufficiale, il decreto con cui l’imperatore Augusto, nell’8 d.C., relegò Ovidio a Tomi (l’odierna Costanza). L’unica “riabilitazione” era venuta da due “processi”, nel 1967 e nel 2011, promossi dal Comune e da associazioni culturali di Sulmona, nel corso dei quali fu dimostrata l’assoluta inconsistenza delle accuse mosse a Ovidio. Il poeta fu messo al bando da Augusto senza un processo pubblico e senza che il decreto di condanna fosse ratificato dal Senato, come richiedeva il Diritto romano. Nel bimillenario della morte del poeta, da parte di Roma serviva un gesto che rendesse al grande sulmonese il dovuto onore e che gli restituisse la piena dignità. Per Sulmona la “riabilitazione” di Ovidio è stata la realizzazione di un sogno. Il 16 marzo 2012, il consiglio comunale, all’unanimità, approvava una delibera che recepiva gli atti della sentenza del secondo processo e l’inoltrava all’assemblea capitolina perché revocasse – così come il Comune di Firenze, nel 2008, aveva fatto con Dante – il decreto con cui Augusto aveva mandato in esilio Ovidio, ingiustamente. Una delibera finita non si sa bene dove. All’inizio del 2017, il Comune di Sulmona, nell’ambito delle iniziative promosse per celebrare il bimillenario della morte del poeta, ha prospettato all’assessorato alla Cultura e all’assemblea capitolina di Roma Capitale l’opportunità di dare corso a quella deliberazione inoltrata cinque anni prima. L’hanno cercata ovunque, ma non l’hanno trovata. Gli è stata rimandata. Il presidente dell’assemblea capitolina, De Vito, ha assicurato che Roma avrebbe reso al grande Sulmonese quell’onore che il suo genio poetico meritava e che il potere politico, come accade in tutte le dittature, gli aveva negato. Ed è stato di parola. «In questi giorni», ha detto stizzito il vicesindaco Luca Bergamo, «abbiamo sentito e letto commenti stupidi sul caso Ovidio. La revoca dell’esilio del poeta è un atto simbolico. Ma i simboli sono dei fatti. E con questo gesto l’assemblea capitolina riafferma il diritto degli artisti di esprimersi liberamente, senza condizionamenti di sorta da parte del potere politico». Le polemiche sorte intorno alla vicenda, però, non hanno impedito all’assemblea di votare compatta per la “riabilitazione” postuma del poeta. Cosa che non era accaduta il 16 giugno 2008 con Dante. Allora sulla mozione presentata da due consiglieri del Pdl, Enrico Bosi e Massimo Pieri, e fatta propria dal presidente della Commissione cultura di Palazzo Vecchio, Dario Nardella (Pd), oggi sindaco di Firenze, il consiglio comunale si spaccò. Alcuni consiglieri uscirono dall’aula per far mancare il numero legale, altri insieme ai Verdi votarono contro. La mozione, però, passò ugualmente. Come si vede, 2.000 anni non sono bastati a far dimenticare ai romani Ovidio, il poeta da loro tanto amato.
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