Il crollo dell’artigianato, chiuse 190 imprese

20 Febbraio 2019

Il presidente dell’Acai: il 2018 un anno nero, in crisi anche il comparto legato alla ricostruzione

L’AQUILA. Crolla l’artigianato in provincia dell’Aquila. Nel 2018 hanno chiuso bottega 190 imprese, una ogni due giorni. Di riflesso, il settore ha perso 1.500 addetti. E non si salva neppure il comparto artigianale legato alla ricostruzione che, al contrario, vede nei subappaltatori – quasi tutti piccoli artigiani – “i bancomat” delle ditte edili.
Un quadro a tinte fosche, quello tracciato da Angelo Taffo, presidente regionale dell’Associazione cristiana artigiani italiani (Acai), che individua nelle banche e nella stretta creditizia «le cause principali di un tracollo senza precedenti». Già pronta una proposta da girare alla nuova governance della Regione: una fiscalità di vantaggio e abbassamento del costo del lavoro per le aziende che operano nei comuni del cratere.
CHIUDONO IN 200. «Le piccole e medie imprese del settore artigianale sono allo stremo. E i dati parlano da soli». Taffo, carte alla mano, traccia il bilancio di un anno nero, il 2018, «che ha visto 350 nuove iscrizioni a fronte di 540 cancellazioni, con un saldo negativo di 190 aziende e 1.500 posti di lavoro polverizzati. Scendendo nello specifico della ricostruzione, che in teoria avrebbe dovuto alimentare un meccanismo virtuoso per le nostre imprese», dichiara il presidente dell’Acai, «sono proprio i subappaltatori, l’anello debole della filiera, a soffrire lungaggini burocratiche e tempi biblici per i pagamenti. Io li definisco i bancomat delle ditte edili, costretti ad anticipare i soldi per i lavori con pagamenti, quando va bene, dopo mesi. Le imprese lavorano spesso con gli anticipi bancari, che consentono una garanzia di liquidità, ma che non salvano i subappaltatori dalla crisi economica che scaturisce dai mancati pagamenti».
BANCHE TIRANNE. Ancora dati: lo scorso anno, in provincia dell’Aquila, gli istituti di credito hanno erogato 5 milioni di euro in meno alle imprese», incalza Taffo, «il centro di comando del sistema bancario è fuori dall’Abruzzo. I consigli di amministrazione delle banche che operano sul territorio sono tutti a Milano, Bari, Roma. Si decide altrove cosa fare, senza un’analisi accurata della realtà locale, e questo comporta un problema gravissimo. Gli istituti di credito continuano a contrarre proprio sulle pmi, che necessitano di micro-crediti, magari per coprire scorte e approvvigionamenti».
MISURE SPECIALI. «Il nuovo governo regionale dovrà farsi carico del problema prevedendo», conclude Tafffo, «detrazioni particolari per le imprese che hanno sede nel cratere. Se le banche raccolgono 100 dal territorio, devono restituire almeno 60, sotto forma di prestiti alle piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura dell’economia». (m.p.)
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