Il deportato abruzzese salvo per miracolo: ho resistito, dovevo, volevo tornare a casa

27 Gennaio 2016

Settimio Gabriele di Dogliola (Chieti) fu catturato l’8 settembre del 1943 dai tedeschi in Grecia, a Lamia, e portato a Peschiera. Da qui, dopo pochi giorni, fu fatto salire su un treno. Giunse a...

Settimio Gabriele di Dogliola (Chieti) fu catturato l’8 settembre del 1943 dai tedeschi in Grecia, a Lamia, e portato a Peschiera. Da qui, dopo pochi giorni, fu fatto salire su un treno. Giunse a Dachau il 22 settembre. Aveva 32 anni, non era ebreo, non era omosessuale, non era un testimone di Geova, non era un Sinti né un Rom. Mi racconta la sua storia una delle sue nipoti, Maria Laura Pollice, e lo fa in nome di tutta la sua famiglia.

«Il papà di mia madre tenne per sé quello che accadde in quel tempo, prima a Dachau e poi a Mauthausen, a lungo. Solo negli ultimi anni cominciò a raccontare e lo ha fatto con grande eleganza e rispetto per noi, senza mai eliminare parole di speranza. Per noi bambini era come una favola con il lieto fine, dentro c’era tutto: la partenza in guerra e l’addio all’amata, il ritorno, il matrimonio, tre figli e poi di nuovo al fronte.

Questa volta per un tempo lunghissimo e privo di notizie. Mia nonna mi raccontò che attendere era normale, che sperare lo era. E la pazienza. Mio nonno tornò una mattina di maggio del 1945. A piedi. Dall’Austria. La testa rasata, gonfio, un paio di ciabatte rudimentali ai piedi, pantaloni a righe degli ergastolani e una lunga camicia bianca da contadina.

Dopo un anno nacque un bimbo. Mia madre lo ha visto piangere un’unica volta. Gli aveva regalato un libro, “La casa delle bambole” di Yahiel De-Nur. Chissà cosa aveva risvegliato in lui, quella lettura».

Al suo ritorno Settimio Gabriele non ha chiesto il riconoscimento, anche in termini pensionistici, di deportato. Quando la figlia Elsa, dopo essersi mossa in tal senso, provò a chiedere a suo padre il motivo di tanta ritrosia verso qualcosa che gli competeva si sentì rispondere: «Nessun eroismo. Ho fatto il mio dovere di italiano. Come uomo, marito e padre, ho resistito. Dovevo, volevo, tornare a casa».