Il fratello perse la vita in montagna: vi racconto Pino, cammina con me

6 Febbraio 2021

LANCIANO. «Quando sono in montagna è come se mio fratello camminasse con me». Emanuela Biasone apre il libro dei ricordi e sfoglia le pagine più dolorose, quelle legate alla scomparsa del fratello...

LANCIANO. «Quando sono in montagna è come se mio fratello camminasse con me». Emanuela Biasone apre il libro dei ricordi e sfoglia le pagine più dolorose, quelle legate alla scomparsa del fratello Pino, 22 anni, e dell’amico Giuseppe Gentili, 30. Lunedì saranno 23 anni senza i due giovani scalatori del Cai Lanciano, travolti da una slavina sul monte Velino l’8 febbraio 1998.
La vicenda degli escursionisti di Avezzano ha richiamato alla mente delle famiglie e dei soci Cai la tragedia di Pino e Giuseppe. «Appena sentita la notizia ho pensato: dopo 23 anni, di nuovo», dice Emanuela, all’epoca 25enne, «Pino e Giuseppe erano soci Cai esperti. Gentili conosceva molto bene le montagne abruzzesi (lo chiamavano Messner per la somiglianza con l’alpinista altoatesino, ndc). Mio fratello era entrato un paio di anni prima, ma aveva una grande passione per la montagna, trasmessa da mio padre fin da piccoli. Era entrato negli alpini, faceva arrampicata, seppur giovanissimo aveva come prospettiva la carriera da alpinista». Sabato 7 febbraio ‘98 i due partirono da Lanciano per un’escursione sulla neve, rientro previsto domenica sera. «Era una passeggiata senza pretese», racconta la Biasone, «la notte hanno pernottato al rifugio Sebastiani e la mattina successiva sono saliti in cima. Sulla via del ritorno li ha sorpresi la slavina. Le ipotesi sono tante, a oggi una ricostruzione fedele non è possibile».
Domenica sera, non vedendoli rincasare, le famiglie diedero l’allarme. «Pino non tornava mai prestissimo», ricorda la sorella, «all’epoca non c’erano i telefonini. Fino a verso le 21.30 non ci siamo preoccupati. Poi ci ha chiamato la madre di Gentili e abbiamo avvisato i soccorsi». I corpi di Pino e Giuseppe furono ritrovati due giorni dopo. «Erano a poca distanza l’uno dall’altro, sotto un paio di metri di neve. Determinanti furono i cani da valanga della Guardia di finanza. La notizia arrivò il martedì pomeriggio, ma avevo intuito», continua il racconto Emanuela, «mi tenevo in contatto con alcune persone del Cai Lanciano che erano andate su. Avevo capito che c’era qualcosa, ma volevo allontanare quell’idea».
In quei momenti ci si aggrappa a qualsiasi cosa. «Avevo imparato a riconoscere il rumore dell’auto di Pino quando rincasava», riprende Emanuela, «in quei giorni attendevo di sentire quel rumore. Avere un familiare disperso è una sensazione bruttissima. Capisco l’angoscia che queste famiglie stanno vivendo, angoscia e speranza nello stesso tempo. È un misto di emozioni, che oggi sto rivivendo. Fino a quando non c’è un’evidenza, uno spera sempre. È una reazione inconscia, è la mente che non si arrende. Solo chi l’ha vissuta può capirlo». Dopo la tragedia, la famiglia di Emanuela si è iscritta tutta al Cai, che ogni anno commemora i due ragazzi. All’imbocco del sentiero c’è una stele e 3 anni fa, per il ventennale, è stata apposta una targa. «Andare in montagna non riacutizza il dolore, mi sembra anzi di fare quei passi insieme a Pino», confida la sorella, «era una persona altruista, sempre disponibile, sul sentiero e nella vita dava sempre una mano a chi restava indietro. Sarebbe stato un ottimo zio per i miei figli». Il pensiero va poi alle famiglie dei dispersi. «Sono vicina a loro con la preghiera», dice Emanuela, «adesso lo stare insieme può aiutare, tra di loro si possono capire, vivono le stesse sensazioni. Anche noi fino a quel momento siamo stati una famiglia serena, la scomparsa di Pino è stata una doccia fredda. Abbiamo avuto tanta solidarietà, il Cai ci si è stretto intorno. Ma arriva il momento in cui ognuno resta solo e deve trovare in se stesso la forza di andare avanti. Il tempo un po’ mitiga, ma i ricordi e le sensazioni non ti abbandonano mai».