Il grido dei ristoratori: da 70 giorni senza lavoro

Molti locali marsicani chiusi, chi resiste è stremato e ha paura per il futuro: «Abbiamo tasse da pagare, gli aiuti non bastano e con l’asporto incassi minimi»
AVEZZANO. Paura per i mesi che verranno e forte preoccupazione nel vedere andare in fumo anni di lavoro e sacrificio. Sono questi i sentimenti che accomunano i ristoratori marsicani costretti ad abbassare le serrande da mesi. L'ingresso dell'Abruzzo prima in zona arancione e poi in zona rossa ha spinto molti di loro a tagliare le spese sperando di poter tornare presto a ospitare i clienti. Ma con il passare del tempo è cresciuto lo spavento per quello che verrà e per tutto ciò che potrà accadere nei mesi futuri. «Sono 70 giorni che siamo chiusi e non so quando riapriremo», chiarisce Marco Antonelli del ristorante “Il Napoleone” di Avezzano, «ci sono arrivati pochissimi ristori e per un locale come il mio che ha 1.500 euro di spese al giorno è dura andare avanti. Abbiamo fatto l'asporto a Natale e lo faremo a Capodanno, ma parliamo del 10 per cento degli introiti dello scorso anno. Tra l'altro ormai l'asporto lo fanno tutti, compresi i supermercati, e di certo non hanno né le nostre spese e né la nostra qualità». C'è chi ha deciso di reinventarsi cercando di mettere i piedi l'asporto e chi invece ha deciso di fermarsi e aspettare tempi migliori.
«La situazione è drammatica», commenta Euclide Pirolo del ristorante pizzeria “Il Grappino” di Avezzano, «quest'anno, a parte luglio e agosto, siamo stati praticamente sempre chiusi. È stato un anno disastroso ed è sotto gli occhi di tutti. Nella zona ce ne sono tante di attività e tante persone che cercano di fare del loro meglio per aiutarle, ma non è che tutte le sere ci si può mangiare la pizza. Io ci voglio continuare a credere e ci metterò ancora tanto di mio per farlo». Loredana Contestabile del “Baretto dietro castello” di Celano sta puntando sulle consegne a domicilio anche se con molta difficoltà. «Facciamo consegne soprattutto a domicilio e asporto, ma è difficile», racconta, «bisogna accendere il forno anche solo per una pizza e ci sono le spese da pagare perché stiamo a fine anno. A marzo e aprile ero ottimista perché andavamo verso l'estate, ora invece no, sono molto demoralizzata. Devo aspettare giugno per riprendere a lavorare regolarmente, ma non so cosa mi aspetterà e se ce la farò. Il Comune ci ha aiutato nella prima fase dell'emergenza, speriamo ci tendano una mano ancora».
Molti ristoranti stanno riorganizzando il lavoro in vista della riapertura, ma le spese si fanno sentire ed è difficile affrontare il periodo. «La nostra è una cucina alla quale teniamo in modo particolare, la curiamo nella presentazione e la portiamo a tavola con le giuste temperature», spiegano Gabriella Morgante e Maurizio Di Marco Testa dell’osteria “La Parigina” di Tagliacozzo, «la cucina del nostro ristorante rispetta le tradizioni e per questo abbiamo deciso di non fare l'asporto. Siamo rimasti chiusi adeguandoci alle normative anche se è dura perché non ci sono entrate, ma le bollette e le tasse vanno pagate: un ristorante non si può chiudere anche se non viene fatto il servizio. Stiamo studiando nuovi piatti, mettendo a punto il menù per fare nuovi abbinamenti, e preparaci per accogliere di nuovo i nostri clienti. Speriamo quanto prima». Martina Cosimo del ristorante “Mima” di Rosciolo dei Marsi ha deciso di chiudere temporaneamente perché «da luglio a settembre abbiamo lavorato moltissimo essendosi popolato il paese ed essendo arrivate persone che percorrevano il cammino dei briganti, ma quando a ottobre sono iniziate a circolare in tv le prime ipotesi sulla chiusura di bar e ristoranti dalle 18 il locale si è svuotato. Non abbiamo potuto sfruttare il servizio d'asporto perché il paese è piccolo e in questo periodo non c'è turismo. Sapevamo che non ci sarebbero arrivati migliaia di ristori, per fortuna abbiamo qualcosa che abbiamo messo da parte nel periodo estivo. Ora temo che la ripresa sarà molto lenta».
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