«Il mio sogno? Un parco letterario»

Il docente e studioso di Laudomia Bonanni «In città si fa troppo poco per la cultura»
Venerdì prossimo, 28 settembre, alle 17, nell’auditorium del Parco del Castello, il professor Gianfranco Giustizieri presenterà il volume sugli scritti “giornalistici” di Laudomia Bonanni, la scrittrice aquilana protagonista della letteratura italiana del Novecento. È solo l’ultima fatica letteraria di Giustizieri, intellettuale a tutto tondo e attento osservatore della realtà cittadina.
Professor Giustizieri innanzitutto ci parli di lei, del suo percorso di studi, del lavoro nel mondo della scuola e delle sue “tentazioni” nei confronti della politica.
«Dopo il conseguimento del diploma magistrale e la successiva laurea in materie letterarie fui chiamato da Giovanni Pischedda, ordinario all’Università dell’Aquila, come assistente volontario. Feci il concorso Magistrale ed entrai in ruolo. Quindi un lungo percorso scolastico con abilitazioni e l’acquisizione di numerose forme di perfezionamento; impegni come docente in seminari, Università, Istituti di formazione e incarichi istituzionali nel settore scolastico fino al pensionamento. A questo percorso ho sempre affiancato un impegno attivo nel sociale con particolare riguardo all’associazionismo e all’attività sindacale finché, per decisione esterna da cui fui tentato, la discesa in politica nel 1994 con una lista civica in appoggio al candidato sindaco Antonio Centi: una matrice personale sicuramente di sinistra ma non partitica, derivante dalle realtà nelle quali mi ero formato. Quattro anni di impegno continuo, a volte logorante, entusiasmante ma vissuto spesso nella consapevolezza di una diminuzione della propria libertà di espressione. Poi gli elettori decisero di fermare il percorso di coalizione. Da allora, solo cittadino consapevole in ciò che crede».
Lei è stato un insegnante. Come è cambiata la scuola da quando ha messo per la prima volta – da docente – i piedi in un’aula a oggi?
«Ricordo che nel momento del distacco pensionistico fui contento di allontanarmi da una realtà che si stava trasformando e che non sentivo più mia. Avevo vissuto profondamente e attivamente tutti gli anni dei grandi cambiamenti. Un percorso vivace anche per l’azione direzionale di colui che ho sempre considerato tra i migliori ministri della Pubblica istruzione: Sergio Mattarella. Le classi come piccole comunità, con le famiglie sempre vicino agli insegnanti: le uscite culturali, le gite d’istruzione, il rendimento collettivo. Le regole per tutti: poche, precise, da rispettare. Quasi esenti i contrasti. Poi in un tempo difficile da datare, segnato solo dal percorso della memoria, difficoltà sempre crescenti gravate da una moltitudine di pseudo-riforme dove ogni cambio di governo non lasciava il tempo di stabilizzazione per nuovi sigilli da imporre. Anche il rapporto con le famiglie segnava il passo: una scuola a cui si delegava tanto, forse troppo e spesso il venir meno dell’azione educativa primaria genitoriale. E le carte testimoni di una progressiva burocratizzazione, così mi sono fermato. Infine l’oggi, solo informativo, con il dossier della rivista “Tuttoscuola” che rivela un abbandono dal 1995 di 3,5 milioni di studenti: la necessità di un sistema da rinnovare».
Da tempo lei pone sulla stampa e in incontri pubblici il riuso della scuola De Amicis. Se affidassero a lei la decisione, che destinazione darebbe all’immobile?
«Personalmente parto da un concetto: il valore della memoria. È facile richiamarsi agli oltre 550 anni di storia dell’edificio, ai resti rimasti testimoni delle antiche trasformazioni, alle sue diverse utilizzazioni nel tempo, all’integrazione perfetta e sempre avuta con il territorio secondo le scelte urbanistiche e architettoniche. Più difficile interpretare la scuola “nel cuore” dell’Aquila, come il titolo di un libro riporta. È la storia di generazioni che si sono succedute, è la storia di un edificio inserito nel cammino di una città, è la narrazione di illustri personaggi aquilani che si sono formati in quelle aule, è il richiamo educativo sempre richiesto da un territorio più ampio di quello di competenza. Infine è la memoria che parla attraverso l’Archivio, custode di un lungo percorso. Ecco: una scuola nel “cuore” della città per un tempo futuro».
Arriviamo al suo lavoro in campo culturale. Lei è stato ed è “l’amante intellettuale” della più importante scrittrice aquilana del Novecento, Laudomia Bonanni, scomparsa nel 2002 a 95 anni. Come nasce questa passione?
«L’anno di nascita di quella che lei chiama passione è il 1975. Colui che mi indusse in tentazione: Giovanni Pischedda. Il primo frutto provato: il libro “L’imputata”. Le motivazioni: i quattro libri scritti su di lei. Mai più lasciata!».
Il suo ultimo libro “Antologia sommersa” è una raccolta ragionata degli scritti della Bonanni su giornali e riviste. Come li ha scovati?
«Un lavoro paziente, faticoso, in un tempo non determinato. La lettura di 1.232 scritti su quotidiani e riviste d’Italia e fuori confine, ha avuto inizio in una data molto lontana. Poi tre anni di catalogazione, di confronti, di scelte, di scrittura per arrivare ad “Antologia sommersa”. Una mole impressionante di fogli dai formati più disparati, dal classico lenzuolo giganteggiante degli anni ’50, fino alle più modeste pagine di provincia. Tutto derivante dalla formazione dei fondi “Colacito” e “Zullino”, poi da ricerche in biblioteche di tutta Italia, da emeroteche, da altri fondi privati e soprattutto dal florido mercato dell’antiquariato. Probabilmente una quarantina di pezzi mi sono sfuggiti, chissà dove sono, calcolati presumibilmente per i periodi in cui ci sono stati silenzi prolungati di tempo per la scrittura breve».
Dal libro emerge una donna che spesso non viene considerata giornalista, ma in realtà lo era eccome. Il suo reportage su Firenze per “Il Giornale d’Italia” e l’intervista all’allora sindaco Giorgio La Pira sono perle assolute. È d’accordo?
«La giornalista/scrittrice, la scrittrice/giornalista è di un valore assoluto, alla pari di un Emilio Cecchi tanto per fare un nome. Basta immergersi nella lettura di tanti elzeviri che oltre al variare dei temi, riportano atmosfere, descrizioni, impressioni, attualità, osservazioni che solo una grande penna può donare. Il reportage su Firenze e il suo sindaco “santo” sono una dimostrazione della sua scrittura breve, della capacità di osservare e di narrare, entra dentro il personaggio, nella sua fisicità, nei gesti e nel pensiero e lo offre al lettore senza giudicare».
Della Bonanni negli ultimi anni si è parlato molto, c’è un premio di poesia a suo nome ma so che lei ha un piccolo rimpianto, quello di non aver ancora visto concretizzato il progetto di parco letterario dedicato alla scrittrice. Ce ne può parlare?
«È una storia piena di intralci che risale al 2015 quando con un gruppo di intellettuali aquilani realizzammo l’ipotesi di un Parco letterario, come altri in Italia, intitolato a Laudomia Bonanni e di cui c’è qualche traccia visibile nel sito www.laudomiabonanni.it Evidenziammo gli obiettivi, la mappa, i percorsi aquilani tracciati nelle numerose opere bonanniane, i personaggi testimoni di anni illustri, le letture da fare per comitive turistiche, i cortili espositivi dove intrattenere gli ospiti, le fonti di riferimento anche finanziarie, il coinvolgimento dell’artigianato e del commercio e altro ancora. Progetto presentato all’amministrazione comunale del tempo. Poi riunioni, discussioni senza nessun approdo, difficoltà di reperimento finanziario fino all’inclusione probabile, ma non sicura, nei progetti ministeriali però a rimborso con l’assunzione privata dei rischi connessi. A quel punto l’abbandono personale in una riunione molto concitata. Poi il ricordo del progetto alla nuova amministrazione. Nel silenzio assoluto giace in qualche cassetto».
Lei ha vissuto da testimone e osservatore gli anni del post-sisma. Che giudizio dà della ricostruzione e della rinascita socio-culturale del capoluogo?
«Spesso faccio delle “fughe nascoste” nelle vie e nei luoghi che considero più affascinanti anche secondo le mie tendenze letterarie e un senso di frustrazione mi coglie per lo stato di abbandono in cui versano. Non parlo del centro storico che è sotto gli occhi di tutti tra polvere e mezzi continuamente in movimento, ma di luoghi in cui la ricostruzione è ferma e dà spazio solo per antiche e nuove pianticelle in fioritura. I vicoli, troppi vicoli abbandonati, la Piazza con la nostalgia di un mercato dall’esplosione dei colori, la De Amicis ancora in gabbia, Palazzo Margherita testimone inerte di un passato glorioso, i nostri preziosi paesi in un’inerzia burocratica come da una recente denuncia del rappresentante dei sindaci. Poi la vita sociale che rinasce solo per i “grandi avvenimenti”, ma a seguire il silenzio di sempre interrotto solo dalla movida studentesca di fine settimana e dai grandi centri commerciali. Di più la cultura, vero patrimonio di questa città, che con le sue istituzioni e associazioni combatte una battaglia quotidiana per il diritto all’offerta e spesso alla sopravvivenza».
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