Il neo-cardinale: «Chiesa di Cansatessa serve un milione»

19 Giugno 2018

Appello dell’arcivescovo Petrocchi per l’avvio del cantiere  «Abbiamo bisogno della generosità dei benefattori»

L’AQUILA. L’arcivescovo Giuseppe Petrocchi, in un’intervista al giornalista-scrittore Goffredo Palmerini, è tornato a parlare della costruzione di una nuova chiesa di Cansatessa. La spesa ammonta a circa tre milioni e mezzo di euro, gran parte dei quali coperti dalla Cei (Conferenza episcopale italiana). Manca più di un milione per il quale Petrocchi fa un appello alla città e non solo.
«La zona di Cansatessa», ha detto l’arcivescovo, «è un popoloso quartiere esterno alla città, che ha urgente bisogno di strutture ecclesiali rispondenti alle esigenze degli abitanti. Attualmente dispone solo di ambienti provvisori, assolutamente inadeguati. C’è necessità di costruire lì una chiesa nuova. Si tratta di una decisione coraggiosa, interamente affidata alla Provvidenza, perché la nostra diocesi esce fortemente indebolita dall’esperienza del sisma. Perciò abbiamo bisogno della generosità e della solidarietà di tutte le persone che, dall’Italia e dall’estero, hanno un cuore grande per contribuire a un’opera di rilevante utilità sociale, non solo spirituale. I costi globali previsti dal progetto di costruzione della chiesa e delle strutture pastorali della parrocchia di San Giovanni da Capestrano a Cansatessa, sono 3.492.996 euro. Di questo importo, il 75% sarà coperto con fondi stanziati dalla Conferenza episcopale italiana, il 25% dei costi della costruzione dev’essere assicurato dalla parrocchia, per una quota di 873.249 euro, cui vanno aggiunti altri 226.753 euro per lavori non ammessi a contributo. Ci occorrono dunque 1.100.000 euro di donazioni per poter iniziare a costruire l’opera. Con i donatori condivideremo ogni passo della costruzione, rendicontando loro le spese fino al centesimo di euro, con la massima trasparenza. Abbiamo fiducia nella Provvidenza. La nostra è una Chiesa che crede fermamente nell’azione dello Spirito Santo e nella solidarietà fattiva dei fratelli in Cristo. Fin d’ora assicuro le preghiere dell’intera Comunità per tutti i benefattori, ricordando che il Signore è infinitamente ricco di grazie e di misericordia verso coloro che, con il loro aiuto, promuovono la vita e la missione delle Comunità ecclesiali, specialmente quelle segnate dalla sofferenza».
L’arcivescovo – che fra 10 giorni sarà elevato alla dignità cardinalizia – nell’intervista fa anche il punto sulla ricostruzione sociale e materiale della città colpita dal sisma il 6 aprile 2009. «Migliaia sono le persone ancora residenti fuori delle loro case», sottolinea Petrocchi. «Gran parte della gente che ha subìto questo trasloco forzato ha sofferto la perdita di legami affettivi di primaria importanza e si è ritrovata priva degli spazi tradizionali di aggregazione, come anche delle aree che ospitavano consolidate “abitudini” religiose e sociali. Robusto appare anche l’esodo silenzioso di tanti aquilani che, pur risultando anagraficamente residenti nel territorio, di fatto hanno lasciato l’area del cratere per insediarsi nei centri urbani del litorale abruzzese o in altre città. La causa principale di tali spostamenti è da ricercarsi nelle incertezze che gravano sul presente, con il lavoro che manca, con conseguenti ripercussioni per il futuro. Il tasso di allontanamento risulta ancora più alto e preoccupante tra i giovani: per questo recentemente ho parlato di un’emorragia generazionale, ormai in atto, che ci deve allarmare. Risultano accentuate, purtroppo, le fragilità e le spinte disgregative che colpiscono numerosi nuclei familiari, come pure appaiono in ascesa inquietanti manifestazioni di disagio giovanile, che si esprimono nel disorientamento esistenziale e in diffusi fenomeni di dissonanza comportamentale. Appare perciò fondato concludere che, se non si trovano le vie per dare risposte concrete e rapide a queste sfide, nel prossimo futuro il senso di appartenenza di molti credenti e cittadini andrà incontro a fenomeni di atrofia e di marcata indifferenza e l’esperienza ci insegna che si rivelano refrattari a tentativi tardivi di recupero. Mi auguro, pertanto, che sia ben presente in tutti questa preoccupazione e che ciascuno operi per sanare e risolvere tali criticità. La ricostruzione, per essere vera ed efficace, non può quindi contare solo su logiche ingegneristiche ed efficienze tecnico-finanziarie: ha bisogno, prima di tutto, di ritrovare un’anima, munita di intelligenza profetica – che sa progettare l’avvenire valorizzando l’esperienza del passato – e dotata di un cuore che pulsi amore, spirituale e civile, capace di creare coesione sociale e cittadinanza attiva». (g.p.)
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