Il paradosso di Arischia, oggi la priorità è demolire

13 Febbraio 2018

Venti abitazioni sono agibili, ma irraggiungibili a causa di altre case pericolanti La chiesa di San Benedetto ristrutturata a metà, il campanile resta ingabbiato

Le norme sul post terremoto 2009 – a cui si sono aggiunte quelle del 2016 e 2017 – si contano a migliaia, spesso sono contraddittorie fra loro e nel passato hanno favorito soprattutto i furbi che fra i cavilli si sono saputi districare bene.
Ma una cosa almeno è stata sempre chiara: ogni ordinanza, decreto, legge, delibera e perfino gli ordini di servizio degli uffici speciali (diventati una sorta di arma impropria per aggiustare o complicare le cose in corso d'opera) avevano e hanno come obiettivo quello di far rientrare al più presto le persone negli edifici abitati fino al 5 aprile 2009.
LE DEMOLIZIONI. Ma ad Arischia, frazione dell'Aquila, a un quarto d'ora di macchina dal capoluogo e a ridosso del parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga, accade che oggi, febbraio 2018, il problema prioritario non è tanto la ricostruzione bensì la demolizione. Sì perché almeno venti famiglie hanno la casa agibile ma non ci possono arrivare perché sulla strada di accesso ci sono abitazioni pericolanti. Una situazione ben nota da tempo al Comune dell'Aquila e oggetto di incontri, discussioni, promesse elettorali e via dicendo. È probabile che anche gli attuali reggitori della cosa pubblica, come quelli che li hanno preceduti, hanno nel cassetto un comunicato stampa già scritto per dire che no, è tutto a posto, le demolizioni si faranno e che, addirittura, gli aggregati che insistono sulle strade principali hanno la priorità su tutti gli altri.
IL PAESE OGGI. Sarà anche vero ma la realtà racconta un'altra storia. La storia di un paese, Arischia, che ha subìto tre terremoti in otto anni e che oggi ha un centro storico in cui spuntano case ricostruite – poche e con i colori sgargianti – altre con crepe e tetti cadenti e molte che sono dei veri e propri ruderi. Camminare per le strade del borgo in una fredda giornata di febbraio con qualche timido fiocco di neve che prova a imbiancare il panorama, fa un po' tristezza. Abramo Colageo è lo storico di Arischia, sa tutto del paese in cui è nato e vissuto. Parla della piazzetta dove gli anziani trascorrevano le sere d'estate, dello slargo in cui si sentono ancora gli echi degli antichi mestieri, della vecchia casa sventrata dalle scosse con in bella mostra le pietre su cui sono incise gioie e sofferenze di chi nei secoli ha attraversato questi luoghi. Abramo passa a fianco alla scuola dell'infanzia con i giocattoli per i bambini sull'uscio. È stata chiusa poco tempo fa perché si è scoperto che aveva un indice di vulnerabilità pari a zero (come dire che un soffio di vento l'avrebbe buttata giù) e poi, dietro la chiesa, l'ex sede del centro anziani, centro che ha centinaia di iscritti ma nemmeno un posto dove poter fare una partita a carte fra amici. Per non parlare del campo sportivo inaugurato in pompa magna e ancora inutilizzato. Scuola dell'infanzia e scuola elementare ora sono dentro un musp ed è probabile che ci resteranno a lungo.
CHI RESISTE. Eppure c'è chi resiste: un paio di bar _ uno dei quali ha anche l'edicola _ una farmacia, l'ufficio postale, qualche negozio. Ma diventa sempre più difficile immaginare il futuro in un posto dove le quattro piastre del Piano Case sono state sgomberate perché hanno i balconi pericolanti. Lo sgombero ha allontanato da Arischia centinaia di persone. C'è un progetto da 600.000 euro per ristrutturarne almeno una _ di piastra _ ma le carte dormono su qualche scaffale. “Ripopolare” una piastra e fare le demolizioni richieste significherebbe riportare in paese almeno una cinquantina di famiglie.
I CANTIERI. Complicazioni nascono pure dalle cosiddette cantierizzazioni. Ennio Troiani, ad esempio, quando inizierà la ricostruzione dell'aggregato su via Soldati – uno dei più grandi del paese – dovrà lasciare casa sua, agibile, e andarsene in un map per almeno un paio d' anni, se tutto va bene, perché la strada sarà occupata da operai, ponteggi, camion e quant'altro. Bisognerebbe costruire una viabilità alternativa – e la possibilità ci sarebbe pure – ma è meglio non sperarci troppo. Su una novantina di aggregati del centro storico – a sentire gli arischiesi – quelli che hanno visto un cantiere si possono contare sulla dita di una mano. La nuova amministrazione sta provando a velocizzare l'iter della ricostruzione ma per vederne i frutti ci vorrà comunque tempo.
LA CHIESA. E poi, ciliegina sulla torta, c'è la ristrutturazione della chiesa dedicata a San Benedetto. Una struttura imponente, a tre navate. Distrutta completamente dal terremoto del 1703 (sotto le macerie morirono centinaia di persone sorprese mentre partecipavano a una cerimonia religiosa) e ricostruita molto più grande.
Nel 2009 è stata pesantemente danneggiata. I lavori stanno per terminare ma – della serie non tutte le torte riescono col buco – non tutto l'edificio sacro tornerà agibile. I lavori si fermano infatti prima dell'abside e il campanile resta ingabbiato e potenzialmente pericoloso. Un lavoro fatto a metà. Arischia oggi è un po' l'esempio di una ricostruzione schizofrenica in cui verità e post-verità si confondono. Contano le chiacchiere, la realtà può attendere.
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