Il pensionato: è finito un incubo

Ma il Wwf insiste: «Chiederemo al procuratore generale di impugnare la sentenza di assoluzione»
SULMONA. «È la fine di un incubo che mi ha tolto serenità per quattro anni. Ma alla fine la verità è emersa riportando la normalità nella mia vita. Anche se dentro di me resta un segno e un senso di amarezza che difficilmente potrà essere cancellato». Lo ha confidato agli amici Antonio Centofanti, 65 anni di Pettorano sul Gizio, l’uomo finito alla ribalta delle cronache per quel proiettile partito dal suo fucile che nel settembre del 2014 ferì mortalmente un orso marsicano che si era introdotto nel cortile della sua casa. Vicenda dalla quale è scaturito il procedimento giudiziario che lo vedeva imputato per l’uccisione del plantigrado. L’altro giorno il giudice del tribunale di Sulmona lo ha liberato dal peso che lo schiacciava, stabilendo che nel suo gesto non vi fu dolo, tanto da assolverlo perché il fatto non costituisce reato. Sentenza che ha suscitato grande scalpore tra ambientalisti e animalisti.
«Anche se per il Tribunale di Sulmona l’uccisione di un orso marsicano (specie particolarmente protetta dalle leggi italiane e europee) non costituisce reato, per il Wwf continua ad essere un grave crimine contro la natura che, invece, dovrebbe essere sanzionato», afferma in un comunicato il Wwf Italia. «Le sentenze, ovviamente, si rispettano, ma la decisione dei giudici di Sulmona che hanno assolto una persona che nel 2014 aveva ucciso a fucilate un orso marsicano a Pettorano sul Gizio, lascia un certo sconcerto. L’animale, infatti, è stato colpito alle spalle, quindi, mentre era già in fuga, ed è morto molte ore dopo essere stato colpito: quindi, presumibilmente, in seguito a molte sofferenze. Il suo delitto? Aver predato alcune galline di proprietà dell’imputato, del valore di pochi euro, con molta probabilità neanche tenute in modo atto ad evitare le incursioni da parte degli animali selvatici (che non fanno altro che seguire la loro natura). Per questo l’orso è stato condannato a morte in una situazione che somiglia poco a un incidente o una reazione per difendere la propria incolumità, come evidenzia la perizia del Wwf e di altre associazioni, che si sono costituite parte civile nel processo. Era, infatti, evidente e inequivocabile che chi ha sparato era in piedi e che ha usato due diversi tipi di munizione. In attesa che arrivino le motivazioni della sentenza per capire meglio cosa abbia spinto il giudice a prendere questa decisione, il Wwf annuncia che chiederà al procuratore generale di impugnare questa sentenza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

