Il procuratore: «Vanno rieducati»

8 Settembre 2022

Mancini: la repressione evita il peggio, ma l’obiettivo è il reinserimento sociale

L’AQUILA. Dopo l’intervento repressivo, deve venire il momento di quello riabilitativo: in sintesi, secondo il procuratore del Tribunale dei minori David Mancini, è così che deve chiudersi il cerchio dopo l’inchiesta che, martedì scorso, ha portato all’arresto e all’affido in comunità di tredici ragazzi tra i 15 e i 19 anni.
Alcuni di loro hanno cominciato a delinquere ancora minorenni. In molti casi vengono vivono in contesti familiari difficili, se non inesistenti, come coloro che erano già affidati a una comunità.
«L’azione repressiva di magistratura e forze dell’ordine è stata puntuale ed esaustiva», ha ribadito il procuratore, comunque sottolineando che «trattandosi di minori e neomaggiorenni, si impone un forte richiamo all’esigenza di lavorare insieme agli enti preposti e alla società civile per creare le condizioni di aiuto e prevenzione delle forme di disagio che generano questi fenomeni criminali, riguardino essi minori italiani, stranieri o stranieri non accompagnati».
L’inchiesta e le sue conclusioni hanno rappresentato «una manifestazione di presenza» di fronte a «problematiche che hanno destato allarme sociale». Ma la giustizia minorile non è solo repressione, ma anche e soprattutto riabilitazione: «Questa è la chiave dell’intervento della giustizia minorile», ha ripetuto Mancini, «la repressione è intervenuta per evitare conseguenze estreme e più gravi, ma l’obiettivo primario deve tendere al reinserimento dei giovani nel circuito sano della società. Alla eventuale sanzione deve affiancarsi la riabilitazione, come traguardo finale», ha concluso il procuratore, «per il benessere del minore e di conseguenza dell’intera comunità civile». (a.r.)
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