Il prof Vivio esalta la grande bellezza

Gruppo di lavoro a colloquio con l’architetto e storico dell’arte: «Così sta rinascendo L’Aquila»
L’AQUILA. Il professore Vincenzo Vivio, architetto e storico dell’arte, nell’intervista che segue racconta un pezzo di storia della città e dice la sua sull’importanza della valorizzazione dei tesori dell’Aquila.
Quali sono le opere più importanti e di maggiore rilievo nella nostra città?
«Certamente quelle legate alle sue origini, tra cui le chiese dei Quarti, come Santa Maria Paganica, Santa Giusta di Bazzano, San Pietro di Coppito e San Marciano. Insieme a queste, la cosìddetta fontana delle Novantanove cannelle, che in realtà si chiama Fonte della Rivera ed è il risultato di aggiunte nella storia fino al ‘500, quando raggiunge la sua forma attuale. Importanti sono poi le opere del ‘400, il “secolo d’oro“ della città, durante il quale, grazie ai privilegi concessi da Napoli dopo la vittoria su Fortebraccio, la città poté realizzare grandiose opere, come la facciata di Collemaggio e Santa Maria del Soccorso. Dopo il terremoto del 1703 è importante capire la trasformazione della città: gli aquilani approfittarono della disgrazia per ricostruirla in modo più moderno e più funzionale. Il centro storico assunse un volto settecentesco, improntato agli stili del barocco romano. E in questo contesto spiccano la chiesa delle Anime sante in piazza Duomo e le facciate di tanti palazzi nobiliari, che occupano le parti più importanti del centro».
Cosa resta, oggi, delle scelte di allora?
«Nonostante i rifacimenti, la città conserva ancora il tracciato urbanistico della fondazione. E forse il valore principale sta proprio nella sua impostazione di città nuova, progettata prima di essere costruita, perché l’impianto stradale continua a essere quello angioino della fine del ‘200, opera di architetti francesi al seguito di Carlo d’Angiò. A questo impianto sono state poi apportate modifiche, con la scenografica scalinata di San Bernardino, su progetto settecentesco, e la costruzione dei portici, realizzati dopo l’Unità d’Italia. Senza contare che ogni chiesa è un piccolo museo, poiché contiene opere di tutti i tipi, a partire da San Bernardino, che ospita le sculture di Silvestro dell’Aquila e la pala d’altare in terracotta con la Resurrezione di Andrea della Robbia. Prima del sisma le opere più significative erano conservate nel Castello cinquecentesco, che è un’architettura militare perfetta, un prisma a pianta stellare con tutti gli accorgimenti di difesa. Qui trovavano posto alcune istituzioni culturali, come il Museo nazionale d’Abruzzo, con le sezioni d’arte sacra, archeologica e medievale, che ospitavano e spero conserveranno ancora opere di grande valore, tra cui il poco conosciuto funerale di Amiterno. Queste opere ora sono esposte nel Munda, museo realizzato dalla Soprintendenza nell’ex mattatoio. Nel ventennio fascista furono realizzati molti interventi che hanno modernizzato la città, dalla piscina comunale alla funivia del Gran Sasso, fino alla Fontana luminosa, realizzata nel 1934 su progetto dell’ingegner Valentini e con le statue di Nicola D’Antino, che costituisce un anello di collegamento tra la città vecchia e la nuova».
Vengono valorizzate abbastanza queste opere?
«Io penso che il terremoto in questo ci darà una mano, poiché prima, nonostante L’Aquila avesse uno dei centri storici più estesi d’Italia, era poco conosciuta; ora si spera che la risonanza internazionale dia qualche frutto, magari tra qualche anno, quando la città sarà ricostruita, visto che adesso è ancora un grosso cantiere. Quello che mi dà fastidio è che le poche notizie che circolano sono spesso costruite più sulla fantasia, giocando su fantasticherie legate a presunti misteri, che sui valori reali della città. Basti pensare alla facciata di San Bernardino, desunta dal progetto di Michelangelo per la mai compiuta facciata di San Lorenzo a Firenze. E alla fontana della Rivera, che è un unicum in Italia per disegno e dimensioni, e che avrebbe bisogno di un’apposita area di parcheggio fuori le mura. La città dovrebbe attrezzarsi molto meglio per la valorizzazione e la fruizione dei suoi gioielli».
Giorgia Cetra
Flavia Bottacchiari
Martina Santarelli
Giulia Frasca
Angelica Marrelli
Anna Miconi
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