Il ricordo della polvere che saliva dal centro

5 Aprile 2019

La testimonianza di quella notte di Carla Maurizi, componente del presidio “Fatti di Memoria”

La polvere: un “Fatto di Memoria”. Una nube di nebbia ricordo. No! Non era di nebbia, era una nuvola di polvere, gigantesca.
Polvere su tutto il centro della mia città, L’Aquila, quella notte del 6 Aprile. Formò immediatamente un alone, anzi, di più, una mezzaluna. Ricordo perfettamente quella mezzaluna di polvere che si vedeva all’orizzonte e si levava sempre di più. Ero nel cortile interno del mio palazzo, appena uscita, illesa, dal mio appartamento, spaventata ma insieme alla mia famiglia. Un quarto d’ora, mezz’ora dopo le 3.32? Non so, non saprei dirlo: il tempo, improvvisamente, si era bloccato e non credo avessi un orologio al polso, essendo usciti di fretta da casa, appena possibile e come potemmo. Mio marito esclamò: “Povera L’Aquila! Laggiù è distruzione, quella è la polvere dei crolli”. Io incredula, ingenua, non dissi nulla, a me sembrava nebbia. I cellulari non funzionavano, le luci di casa non si erano accese, però ricordo il lampione sotto il garage: lui, sì, era acceso. Avevamo fretta di muoverci: mio fratello abitava alla Villa Comunale, da solo; i suoceri idem, dietro il Grande Albergo. Ovviamente non riuscivamo a contattarli telefonicamente. Era impressionante sentire forti scosse sotto i piedi anche da dentro la macchina, che sbandava mentre procedevamo per strada e dove vedemmo la prima casa crollata. Ricordo la polvere, lungo tutto il tragitto in macchina verso via XX Settembre. E i sassi per strada alla stazione che ostruivano la via. Erano le pietre delle mura della città. Volevamo arrivare alla Villa bypassando via XX Settembre, dalla stazione, dietro, risalendo dall’incrocio con Martini per poi imboccare Porta Napoli. Altri pochi metri e saremmo arrivati a destinazione. E invece no. La strada piena di sassi dei crolli e altre macchine in difficoltà convinsero mio marito a fare marcia indietro e percorrere tutta via XX Settembre. Ricordo la polvere. Ricordo la casa crollata: il tetto solo era rimasto “in piedi”, bello dritto sul resto dei piani del palazzo venuti giù. Ricordo che non pensai che persone lì dentro potessero essere morte. Come fu, invece. Un’unica sopravvissuta. Ricordo gente, poca in verità, per strada, e qualche valigia, trolley. Non avevo ancora consapevolezza dell’accaduto, ero troppo incredula e allibita; non riuscivo a considerare l’ipotesi del coinvolgimento della morte. Continuammo lentamente il nostro percorso in macchina. Nei pressi della Casa dello Studente, che non era venuta giù, si intravedeva una sorta di squarcio dentro, mi pare di ricordare che si vedesse una parte della tromba delle scale. E altre persone, giovani per lo più, per strada, impolverati. La polvere è sicuramente il leitmotiv del mio primo ricordo di quella notte. Polvere, e una coltre grigio-chiara era tutto intorno. Ricordo il silenzio di quel tragitto, anche una volta giunti alla Villa Comunale dove la gente cominciava a raggrupparsi. Silenzio e coperte intorno ai corpi: faceva freddo, quella notte. Tutto il resto è noto, è storia, narrata, fotografata, ripresa, portata nelle aule di tribunale. Rimangono le parole “ricordo”, “memoria”, “sicurezza”, che a distanza di 10 anni devono ancora diventare le nuove parole chiave della nostra narrazione, presente e futura.
Lo dobbiamo alle nostre 309 vittime: la loro perdita, il loro sacrificio, la loro polvere sono i nostri “fatti di memoria”, non vani, ma propositivi.
(*cittadina, Presidio “Fatti
di Memoria”,via Verdi, 6)