Il saluto a Don Attilio “scortato” dai colleghi

Totani: «Per noi era un maestro, ci fermavamo sempre ad ascoltarlo in udienza» E Capri ha ricordato la cerimonia in cui gli venne conferita la toga di platino
L’AQUILA. “Larger than life”, più grandi della stessa vita. Così, nella cultura anglosassone, vengono descritti i personaggi straordinari, quelli dalle esistenze così ricche, piene di accadimenti e fuori dagli schemi da assumere dimensioni monumentali, quasi epiche, impossibili da incasellare o sintetizzare in poche parole. Attilio Cecchini, scomparso martedì scorso all’età di 95 anni, apparteneva sicuramente a questa categoria. In tanti, ieri, hanno voluto portargli l’ultimo saluto, prima nella camera ardente allestita dal Comune nella sala consiliare a Villa Gioia, e poi nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove si sono svolti i funerali che hanno preceduto la tumulazione nella cappella di famiglia, nel cimitero dell’Aquila.
UN VUOTO INCOLMABILE. «Aveva un’intelligenza sopraffina e un’enorme cultura, due doti grazie alle quali ebbe una vita romanzesca. Sembrava immortale. La sua scomparsa lascia un vuoto che sarà impossibile colmare». Così ha voluto ricordarlo Maurizio Capri, presidente dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila. Alla professione forense “Don Attilio” dedicò, letteralmente, un’intera vita. Nel novembre 2019, a Palazzo dell’Emiciclo, gli venne conferita la toga di platino, un’onorificenza che viene riconosciuta a chi ha raggiunto i 70 anni di avvocatura. Un traguardo che in Italia in pochissimi sono riusciti a tagliare. «È ancora viva la memoria di quella cerimonia», ha detto Capri nel suo intervento. «Ho ancora impressa nella mente la sua felicità. Ad omaggiarlo, quel giorno, vennero il presidente emerito della Corte di Cassazione Giovanni Canzio, il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin, l’ex vice presidente del Csm Giovanni Legnini, gli ex presidenti dell’Ordine dell’Aquila, carica che Cecchini stesso ricoprì tra il 1992 e il 1993. Tante autorità tutte insieme non si vedevano dagli anni Settanta, quando all’Aquila si tenne il Congresso nazionale giuridico forense. Quella cerimonia avremmo dovuto replicarla a Roma in un evento che si sarebbe dovuto svolgere nella sede del Consiglio nazionale forense ma per via del Covid abbiamo dovuto rinunciare».
LA TOGA SULLA BARA. Dopo essere arrivato sul sagrato di Collemaggio, il feretro di “Don Attilio”, con la toga nera forense apposta sopra, è stato “scortato” fino all’altare dai tanti avvocati presenti che, per l’occasione, hanno voluto indossare anch’essi l’abito simbolo della professione, rimanendo poi accanto alla bara per tutta la durata della messa in una sorta di picchetto d’onore, stringendosi attorno alla figlia di Cecchini, Nataly. «C’erano una volta i maestri, razza sempre più in via di estinzione. All’Aquila ne avevamo uno, uno di quelli che ti fermavi ad ascoltare in udienza anche se avevi altro da fare», ha detto Gian Luca Totani, presidente delle Camere Penali. Ai funerali hanno partecipato anche il presidente del tribunale dell’Aquila, Ciro Riviezzo, e Marco Billi, il magistrato che fu il giudice del processo di primo grado alla Commissione Grandi Rischi, forse l’ultimo grande impegno professionale che Cecchini affrontò (fu uno degli avvocati di parte civile) prima di cessare l’attività e ritirarsi a vita privata a Villa Cantuta, lo “studio-pensatoio”, come ha ricordato il giornalista Angelo De Nicola, dove si era trasferito dopo il sisma, l’amatissima residenza di campagna che negli anni Quaranta – prima che Don Attilio partisse per il Venezuela, dove divenne un grande giornalista, fondatore, insieme a Gaetano Bafile, della Voce d’Italia e corrispondente di Paese Sera – fu anche un ritrovo di artisti e intellettuali, tra i quali c’erano lo storico dell’arte Ferdinando Bologna e il poeta Sabatino Ciuffini.
IL SALUTO DI BIONDI. Nemmeno la politica ha voluto far mancare, ieri, la sua presenza, in ricordo della passione civica che Cecchini nutrì nel corso di tutta la sua esistenza e che lo portò, nel 1994, a candidarsi, senza però raggiungere la meta, a sindaco dell’Aquila. In rappresentanza del Comune il sindaco Pierluigi Biondi, il presidente del consiglio comunale Roberto Tinari e diversi tra consiglieri e assessori. «In una modernità in cui i problemi vengono presi come spunto per dividersi piuttosto che per trovare delle soluzioni e delle ragioni per stare insieme, Cecchini metteva d’accordo tutti», ha detto Biondi. «E poi c’era il suo ottimismo. Dopo il terremoto ha sempre detto che L’Aquila ce l’avrebbe fatta. Spero che la città e la sua classe dirigente possano essere all’altezza dei suoi insegnamenti».
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