Il saluto del cardinale Petrocchi: «L’Aquila deve aprirsi al mondo»

28 Agosto 2024

Il porporato che oggi aprirà la Porta Santa traccia un bilancio dei suoi undici anni di ministero in diocesi «Il Giubileo 2025 chiama a realizzare ponti per non rimanere dentro una Conca geografica e culturale»

L’AQUILA. Oggi pomeriggio la Porta Santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio sarà aperta dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito dell'Aquila, che sarà affiancato dal sindaco Pierluigi Biondi e dall’arcivescovo monsignor Antonio D’Angelo. Il cardinale Petrocchi ha lasciato la guida della Diocesi il primo agosto scorso, dopo 11 anni di servizio pastorale. L’evento di oggi assume, quindi, anche una sua originalità: la Porta Santa aperta da un cardinale che è stato anche arcivescovo dell’Aquila. C’è un solo precedente che ci si avvicina e riguarda il cardinale Carlo Confalonieri che aprì la Porta Santa nel 1983 (la prima edizione della “nuova” Perdonanza) e che era stato, negli anni Quaranta del secolo scorso, arcivescovo dell’Aquila. Divenne cardinale dopo aver lasciato il capoluogo. La celebrazione liturgica avverrà all’interno della basilica e sarà preceduta dalla lettura della Bolla del Perdono da parte del sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, sul palco antistante Collemaggio. Probabile che non nell’omelia, ma alla fine della celebrazione, monsignor Petrocchi rivolgerà un saluto alla città. In quest’intervista al Centro il cardinale parla dei suoi anni aquilani e delle prospettive spirituali e sociali della “Capitale del Perdono” come l’ha definita Papa Francesco.
Eminenza, lei, durante gli undici anni del suo servizio pastorale come arcivescovo dell’Aquila, ha conosciuto pregi e limiti della città e dei suoi abitanti. Cosa si sente di dire, oggi, agli aquilani?
«Credo che la Provvidenza abbia messo in luce con molta forza l’identità e la missione dell’Aquila soprattutto attraverso la visita pastorale di Papa Francesco in occasione della Perdonanza del 2022. Questa vocazione si esprime nel custodire e nel trasmettere i valori legati all’evento della Perdonanza. Tutti gli altri fattori convergono. Parlo, ad esempio, della vocazione turistica. L’Aquila ha una ricchezza naturalistica straordinaria, così come sono straordinari i suoi monumenti. Questi “dinamismi” devono trovare dei punti di convergenza, una convergenza che non è solo concettuale, ma dev’essere anche operativa. L’Aquila, a mio parere, deve progredire in modo robusto costruendo intese in grado di offrire un supporto adeguato a questa sua vocazione. Oggi la costruzione di “concordanze” non è scontata, ma se non si passa da una situazione un po’ frammentata a delle polarità sulle quali convergere, la vocazione di cui parlavo rimane astratta. Faccio un esempio: se io voglio fondere il ferro per utilizzarlo come materiale “disponibile” per fabbricare oggetti o rafforzare costruzioni devo disporre di altiforni che mi consentono di arrivare alla temperatura utile. Se ho altiforni non adeguati il ferro riesco solo a surriscaldarlo e non ottengo l’obiettivo che mi ero posto all’inizio. Anche sul piano sociale esistono delle soglie termiche che bisogna raggiungere se si vuole che alcuni esiti siano effettivi, siano concreti, scorrano – diciamo così – nell’ambiente e questo richiede un grande impegno. Per chiarire meglio vorrei ricordare un “assioma” tipico della saggezza antica secondo il quale, sulle cose che valutiamo essenziali, bisogna che si raggiunga un’unità che non vuol dire mancanza delle legittime dialettiche – che devono sempre rimanere – ma significa evitare le contrapposizioni sterili. Le diversità di opinioni non devono diventare antagonismi. Quindi, in questo momento, se L’Aquila non costruisce una piattaforma di convergenze nella quale si riconoscano e si ritrovino soggetti diversi – diversi anche per ispirazione ideale – L’Aquila questa sua vocazione non potrà tradurla in fatti concreti. Il denominatore comune dell’Aquilanità dev’essere quello che consente di far dialogare le differenze».
Il suo impegno pastorale ha “risanato” la Diocesi sotto molti punti vista, a partire da quello economico. Sono stati affrontati temi complessi come la ricostruzione post-sisma, i lavori nella Cattedrale, la nascita di due nuovi complessi parrocchiali. Ci sono obiettivi che non è riuscito a raggiungere?
«Sono grato a Dio, ai miei collaboratori e anche alla comunità ecclesiale e sociale, se alcuni risultati sono stati raggiunti con un impegno che è costato molto in termini di attenzione. Abbiamo affrontato tutte le situazioni che ci siamo trovati di fronte e sempre nel segno della chiarezza normativa, quindi della legalità. E poi anche chiarezza metodologica. Si è proceduto con gradualità come nel lavoro di risanamento economico della Diocesi. Lei mi chiede se ci sono mete che avrei desiderato conseguire. Sì, avrei voluto fossero edificati “ponti” che invece vedo ancora in fase di costruzione. Parlo di ponti che consentano il superamento della cosiddetta “sindrome” del cratere. L’Aquila rischia di rimanere dentro la “corona” di monti che la circondano e di avere un raggio di pensiero e di azione limitati. È necessario, dunque, ribadisco, costruire passaggi verso l’esterno che consentano di valicare questa sorta di cinta costituita dalle nostre montagne e raggiungere, così, territori che sono diversi dai nostri, ma ai quali noi abbiamo molto da dire. L’occasione del Giubileo 2025 è una chiamata evidente a realizzare questi ponti per non rimanere dentro una Conca, quella aquilana, che non è soltanto geografica, ma che rischia di essere persino culturale. Questo lavoro però, non può essere fatto da una singola soggettività. Anche la comunità ecclesiale da sola non ce la può fare. È necessario che ci sia un dialogo tra tutti i soggetti che possono dare un contributo. Io vedo che il cantiere per costruire i ponti di cui ho appena parlato già c’è, ma bisogna lavorarci ancora. Su questo tutta la città, sia in senso spirituale che in senso sociale, si deve mobilitare».
Proprio dal punto di vista spirituale lei, Eminenza, ha intercettato le ferite non visibili degli aquilani coniando la frase “terremoto dell’anima” e istituendo, prima Diocesi in Italia, l’Ufficio per la Pastorale dell’emergenza.
«Di questi temi parlo con commozione perché non si tratta soltanto di argomenti letterari. Significa entrare in vibrazione empatica con la sofferenza delle persone. Sofferenza che è determinata da fratture nella mente, nel cuore, nelle relazioni. Io ho subito avvertito che, a queste sofferenze, bisogna avvicinarsi con grandissima umiltà, con rispetto totale e lasciare che il dolore possa parlare perché il dolore, anche quando appare muto, anche quando è silente – perché è talmente grande che non riesce a esprimersi con le parole – trova i modi per comunicare. Ma occorre che ci sia, dall’altra parte, un ascolto adeguato. Il dolore richiede un atteggiamento di accoglienza. Questo è il discorso fondamentale: il dolore può chiudere o aprire orizzonti che prima non erano neppure ipotizzabili. Il dolore diventa un varco, una spaccatura che introduce alla scoperta di ricchezze spirituali. Il dolore ha una grande capacità svelativa se ci si lascia guidare dalla Grazia e se non si resta, per così dire, schiacciati sotto questo peso terribile. Ecco, quindi, che la tragedia che gli aquilani hanno vissuto sulla propria pelle deve trasformarsi anche in “abilità” a salire in cattedra con l’attenzione necessaria e con un atteggiamento umile, ma con la sicurezza che l’esperienza passata consente loro di indicare i percorsi da seguire a chi ha subìto, in altri luoghi, gli stessi accadimenti. Ecco perché l’esperienza dell’Aquila non può rimanere solo dentro le sue mura, ma deve poter arrivare a tutti in modo che possa diventare un insegnamento, un aiuto e un soccorso. La Pastorale dell’emergenza si salda con la Perdonanza perché la Perdonanza è messaggio di riconciliazione e di pace. “Vivere” la sofferenza significa riconciliarsi con una storia segnata da grandi patimenti, ma che può tradursi in una forza costruttiva, la forza della Pasqua per cui L’Aquila da città Crocifissa diventa città Risorta».
Sulla Perdonanza più volte i suoi interventi hanno inteso dare una direzione a questo prezioso tesoro donato alla Chiesa e agli Aquilani da Celestino V. Cosa suggerisce per valorizzarla ulteriormente?
«Un evento decisivo, direi epocale, è stata la visita pastorale di Papa Francesco il 28 agosto di due anni fa. È stato un dono straordinario. Una visita che è l’arcata di quel ponte – o quei ponti – di cui parlavo prima. L’arcata, quindi, c’è già. Si tratta di costruire il pilastro di partenza e quello di arrivo e creare la “percorrenza”. Papa Francesco ha aperto degli scenari che sono a dimensione universale e non più solo a raggio locale. L’altro fattore di straordinaria rilevanza è la Bolla d’indizione del Giubileo 2025 in cui il Papa ha fatto dichiarazioni che hanno un’immensa rilevanza canonica e culturale. Queste straordinarie opportunità che Dio deposita – diciamo così – in questa Chiesa, in questa città, bisogna saperle valorizzare. Qui la parabola evangelica dei talenti dev’essere applicata alla lettera nel senso che questi talenti che ci sono stati donati devono moltiplicarsi e diventare una ricchezza non solo per questa comunità, ma per tutta la Chiesa e direi per tutta l’umanità».
Eminenza, lei ha avuto anche l’onere e l’onore di essere stato alla guida della Conferenza episcopale Abruzzo-Molise, la Ceam. Che esperienza è stata?
«È stata un’esperienza molto positiva. A me piace recuperare un’espressione del passato, che però riesce bene a indicare la realtà effettiva della nostra regione: gli Abruzzi. L’Abruzzo ha vari aspetti sia dal punto di vista geografico che logistico. Basti pensare all’area collinare che va verso la costa e l’area interna dove siamo noi. Queste due aree sono caratterizzate da diversità molto pronunciate che, però, devono colloquiare e devono sapersi confrontare. La Ceam è stata un’esperienza di connessione con una realtà a me molto vicina, il Molise. È stato entrare in contatto con una dimensione sollecitante, bella. La Ceam ha segnalato alle autorità civili alcune urgenze che considera importanti non soltanto sul piano pastorale, ma anche sociale. Per esempio, il tema dello spopolamento delle aree interne. Sono tanti i nostri ragazzi che, in mancanza di prospettive di lavoro, vanno altrove. Si tratta, quindi, di un’emorragia generazionale e questo rischia di privare Abruzzo e Molise di una ricchezza importante. C’è poi il tema dell’immigrazione: bisogna creare sempre di più strutture, assetti d’integrazione che trovino soluzioni concrete, per esempio a livello abitativo. Altra esigenza è quella di realizzare efficienti collegamenti stradali in modo da consentire comunicazioni adeguate. Abbiamo poi bisogno di buoni amministratori capaci di valorizzare le cose importanti che abbiamo, compresi il valore e la resilienza della nostra gente. L’Aquila ha reagito con tenacia al terremoto, non si è arresa. Io dico che la morte non ha avuto il sopravvento perché l’amore va oltre la morte e ci apre alla speranza. L’Abruzzo è per me il paese delle meraviglie che, però, bisogna saper scoprire e valorizzare».
Oggi lei aprirà la Porta Santa dopo essere stato vicino, come arcivescovo dell’Aquila, a molti cardinali che lo hanno fatto negli anni scorsi e soprattutto a Papa Francesco che l’ha aperta il 28 agosto 2022. Sente un po’ di emozione?
«Certamente ci sarà emozione perché io vedo davanti a me l’immagine di Papa Francesco che apre la Porta Santa. Mi sento un suo discepolo e vorrei porre il gesto come una eco che ripropone la sua dedizione e la sua disponibilità. Poi io rimango, in quanto arcivescovo emerito, collegato a questa comunità. Io mi sono trasferito nella mia città, Ascoli Piceno, dove abito in un appartamento condominiale che mi hanno lasciato i miei genitori. Da lì mantengo contatti con L’Aquila soprattutto con la preghiera. Potrò dare anche contributi culturali ai corsi dell’Istituto superiore di Scienze Religiose. Conto di essere presente in occasioni di celebrazioni e ricorrenze liturgiche solenni o alle Cresime. Continuo nei miei impegni nei Dicasteri romani dove il Papa mi ha nominato membro. Quindi all’Aquila avrò modo di continuare a vivere la comunione spirituale che è stata così intensa in questi anni nella certezza di vedere la città maturare e crescere».
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