Il terremoto con gli occhi di una bimba di Frattura (e in altri undici racconti)

1 Agosto 2015

Un secolo di storia racchiuso in dodici piccole storie. Sarà presentato questo pomeriggio alle 16, nell’ex edificio scolastico di Frattura, il volume “Frattura, il viaggio della memoria”, che...

di ILDE GALANTE
e DEBORA COSTANTINI

Nove... dieci... undici..... do... dodici. Niente da fare. Nonostante gli sforzi non riusciva proprio a contare quanti fossero quegli aghi che continuavano a punzecchiarla. Dappertutto. Quando sua nonna Maria Rosaria, La Maestra, le aveva insegnare a fare di conto, lei aveva avuto la sensazione di poter misurare ed in qualche modo controllare tutto ciò che la circondava. Tuttavia non le riusciva proprio di stare dietro a quelle punture che la tormentavano.

Se fosse stata estate, la stagione calda della mietitura del grano e delle feste sull’aia, avrebbe almeno potuto dare la colpa a quei fastidiosissimi insetti che, appena uno si scopriva un pochino, si mettevano al lavoro e non risparmiavano di straziare neppure un centimetro di pelle. E poco o nulla faceva quell’intruglio puzzolente preparato dalla zia, con il quale era costretta ad ungersi tutta prima di uscire di casa.

Solo che adesso non era estate. Era gennaio. Il cuore dell’inverno.

Quegli spilli erano persino più fastidiosi e dolorosi dei ceci sui quali il Prete la costringeva ad inginocchiarsi quando doveva scontare un castigo per una domanda troppo impertinente. Di certo quella spiona della figlia della vicina sarebbe andata di corsa a raccontare tutto alla pettegola della madre che, a sua volta, lo avrebbe riferito ai suoi genitori. E la morale era sempre la stessa. La serata finiva sempre con una bella ramanzina e uno scapaccione.

Ma in fondo non erano neppure queste le cose che le facevano più male, quanto la mancanza di risposte alle sue domande. Non poteva farci niente. Era un’indomabile curiosa e per questo finiva sempre per cacciarsi nei guai.

Pure adesso non riusciva a darsi pace. Iniziò daccapo a contare le punture, ma presto si accorse che le dita dei piedi e delle mani messe insieme non sarebbero bastate. E proprio quando smise di pensare questo impossibile calcolo, iniziò a sentire un dolore più acuto. Insopportabile.

Quegli aghi che fino ad allora aveva percepito solo come un fastidio, ora sembrava le stessero lacerando la pelle. Penetrando nella profondità della carne.

(* * *)

La cosa che più la infastidiva era il fatto di non riuscire più ad aprire più gli occhi. Gli aghi avevano iniziato a colpire anche lì.

Poi arrivò il freddo. Ma un freddo così intenso come non lo aveva mai sentito.

Ripensò all’acqua gelida con la quale era costretta a lavarsi ogni mattina. (* * *) Ma questo freddo era diverso. La invadeva tutta, paralizzandole le mani, le braccia, i piedi, la testa. Persino gli occhi e la bocca rimanevano incollati, serrati da un’invisibile morsa.

Provò così a ricostruire dentro di sé l’ultima immagine che ricordava.

Illuminato dalla fioca fiammella della candela e adagiato sul guanciale, rivide il volto di sua nonna, che si accingeva come sempre a leggere le preghiere, prima di dormire. A poco a poco iniziarono a riaffiorare anche le sensazioni e i profu. mi. Le sembrò quasi di poter sfiorare la sua pelle bianca e soffice come neve, solcata da quelle pieghe morbide, che lei chiamava, sospirando, rughe. Le piaceva rincorrerle, sembravano una delicata ragnatela stesa sul viso. Adorava perdersi nel fondo di quegli occhi neri. Erano lucidi e ardenti come il carbone che aveva visto accedersi e infiammarsi, diventare da nero a rosso. E bruciare.

Poi le parve di risentire l’odore della sua pelle. Le ricordava l’estate, il grano biondo che ondeggia nei campi, il profumo di quei fiori raccolti durante le passeggiate in montagna.

Ma sopra ogni altra cosa, come un tuffo al cuore, avvertì la sua voce, calda e avvolgente come la sciarpona di lana che le aveva regalato per il suo ultimo compleanno. (* * *) Sarebbe rimasta ore ed ore ad ascoltare quella voce mentre recitava senza mai stancarsi lunghe litanie e preghiere. Per lei suonavano come una dolce ninnananna, animata da una fitta schiera di anime di parenti e amici che la nonna raccomandava alla Madonna.

Ogni sera, prima di andare a letto.

Tutto questo andava avanti oramai da quattro mesi, da quando cioè era iniziata la scuola.

Sulle prime la decisione di andare a dormire al piano superiore, assieme alla nonna, non le era piaciuta molto. L’aveva presa quasi come una punizione. Erano stati i grandi a scegliere l’allontanamento dalla mamma, a dire il vero in questi ultimi temi molto presa dai due fratellini nati a distanza di poco l’uno dall’altro. E dire che all’inizio lei era stata contenta, perché se li era immaginati come due nuovi compagni di gioco da tanto tempo attesi e desiderati. A poco a poco le cose erano cambiate.

(* * *) E alla fine aveva dovuto ammettere a se stessa che quei due fratelli le erano quasi indifferenti. Alle volte persino antipatici. In modo particolare quando la madre prendeva Bartolino tra le braccia e se lo avvicinava al seno per allattarlo.

(* * *)

Una sera sentì i grandi che parlavano tra loro, a bassa voce. Riuscì a rubare da quella misteriosa conversazione solo una parola, gelosia, della quale non conosceva neppure il significato. Fatto sta che da quel momento per lei fu disposto il trasferimento al piano superiore dalla nonna. Con la scusa che lei era anziana aveva bisogno di compagnia. E se all’inizio questo cambiamento le aveva provocato un certo dispiacere, aveva finito per abituarsi ai suoi ritmi lenti, conquistata dalla sua infinita dolcezza.

Un dolore più forte, insopportabile la riportò al presente.

Persino respirare era diventato una fatica.

Pensava di non farcela più. Provò a muoversi, ad avere una minima risposta da parte di quel corpo che non sentiva più suo. Provò per l’ultima volta ad aprire la bocca e gli occhi.

Ma ogni sforzo fu inutile.

I battiti del suo cuore erano talmente rallentati che poteva quasi toccarli. Non erano più veloci e rumorosi come gli zoccoli dei cavalli al trotto. Erano debolissimi quasi impercettibili. Provò a contarli. Uno... due.... tre.... poi una pausa. Forse il suo cuoricino aveva deciso di smettere di battere, vinto dal freddo e dal dolore.

(* * *)

Prima di arrendersi raccolse tutte le sue forze, poche in verità, per cercare di capire cosa le fosse successo. Quello sforzo le fece così male che i suoi occhi si riempirono di lacrime. Lacrime che con il loro calore riuscirono a rompere la patina di ghiaccio che le sigillava gli occhi. Che finalmente si aprirono.

Ciò che vide non lo avrebbe dimenticato per il resto dei suoi giorni.

Quel terribile tormento che continuava a straziarle la carne era neve. Una terribile bufera aveva trasformato i morbidi fiocchi in spade appuntite e scintillanti. Un vento gelido li scaraventava in alto per poi farli precipitare, imprimendo loro una forza e una violenza a lei sconosciute. Poi quando i suoi occhi si furono un po’ riabituati alla luce, cercò di distinguere in quel vortice bianco qualcosa che le facesse capire cosa era accaduto.

E vide il mondo, il suo piccolo mondo, completamente a rovescio.

I carretti giacevano con le ruote in su, i comignoli delle case stavano per terra e non in alto. Così pure i tetti. La gente non era dentro le case ma fuori, in mezzo alla strada. Il campanile che svettava sulla sommità delle chiesa era sparito.

Un silenzio irreale aveva preso il posto dell’allegro vociare di donne e bambini che solitamente accompagnava il risveglio del paese. Il pavimento della sua casa si era sbriciolato e sotto ai suoi piedi si era aperta una voragine che minacciava di inghiottirla.

Lei era sola. Sospesa nel vuoto, con un braccino incastrato tra i legni di quel che rimaneva il baldacchino del letto. Sballottata dal vento e flagellata dalla bufera.

L’unico conforto era rappresentato da un lembo della camicia di notte di flanella che, benchè ormai mezza congelata, le dava un minimo di tepore quando il vento gliela accostava al corpo.

Fu così che quella mattina del 13 gennaio del 1915, alle ore sette e quaranticinque minuti, Ildegonda diventò una donna.

Aveva appena compiuto sette anni. E non sapeva ancora che quella sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di durissime prove che la Vita le avrebbe riservato.

Scoprì con dolore sulla propria pelle che bastano pochi istanti per sconvolgere l’esistenza di un paesino che lei sentiva come un’unica grande famiglia. Che anche i ricchi possono diventare poveri. E che i poveri possono arricchirsi sulle miserie altrui.

Che le regole possono anche essere sconvolte. Come quando tocca ai genitori seppellire i propri figli.

Scoprì che il mondo cambia all’improvviso, quando arriva un Terremoto.

Il terremoto del 13 gennaio 1915 ebbe come epicentro la regione marsicana, il cuore dell’Abruzzo interno. Avezzano e i paesi circostanti furono rasi al suolo. La terra tremò con estrema violenza alle ore 7.45 di un gelido mattino invernale. Le vittime accertate furono circa trentamila. Frattura fu praticamente distrutta. 162 le vittime, circa metà degli abitanti, in prevalenza donne e bambini. Molti degli uomini erano andati in Puglia per lavorare.

Danni e morti anche a Villalago, mentre Scanno fu colpita solo lievemente.