Il virus ha fermato cinquecento cantieri

I numeri dell’Ufficio speciale: ricostruzione privata al 70%, la pubblica al 30%. Dei 18 miliardi stanziati ne sono stati spesi 13
L’AQUILA. Prima dello stop causato dal coronavirus, all’Aquila erano attivi circa 500 cantieri per la ricostruzione. Lo si evince dai documenti dell’Ufficio speciale. L’intera struttura lavora in smart working, ma questo non ha fermato l’attività del lavoro burocratico, tanto che a marzo l’Usra ha smistato pratiche per 20 milioni.
I NUMERI. Secondo il responsabile Salvo Provenzano, dalla data del sisma l’Ufficio per il settore privato ha erogato il 78% degli 8 miliardi stanziati, e all’atto pratico la ricostruzione privata è compiuta al 70%. Il resto che manca è nel centro storico e nelle frazioni e anche in questo caso riguarda i nuclei antichi. Diversa è la situazione degli immobili pubblici, restaurati al 30%. Mancano soprattutto le scuole: prima dello stop proseguivano i lavori per due istituti, la Mariele Ventre di Pettino e la scuola di Arischia, che sarebbero stati consegnati entro giugno per essere pronti alla ripresa dell’anno scolastico. A questo si aggiunge il via ai bandi per altre 5 scuole. In centro storico sono fermi soprattutto gli immobili pubblici e a un calcolo sommario anche una ventina di agglomerati privati, alcuni dei quali di grandi dimensioni. «Avevamo fatto delle stime di fine ricostruzione entro il 2022: ma ora i tempi si allungheranno. Sottolineo, però, che qualora si volesse prendere a modello il Friuli, lì si chiuse in circa 15 anni», dice Provenzano.
I FONDI. Per ricostruire sono stati stanziati 17,7 miliardi, 12,7 dei quali – il 71% dell’importo complessivo – sono stati spesi. Questo il rendiconto della Struttura di missione per la ricostruzione e lo sviluppo. Dei quasi 18 miliardi provenienti dal bilancio dello Stato e dal Fondo europeo di solidarietà, 4,5 sono stati utilizzati per le spese obbligatorie, l’assistenza tecnica e il superamento dell’emergenza. Il grosso degli stanziamenti – 8,8 miliardi, poco meno del 50% – è andato alla ricostruzione privata. Su questo fronte, i fondi trasferiti sono 7 miliardi e quelli spesi 6,6. Per quanto riguarda, invece, la ricostruzione pubblica, sono stati assegnati 2,9 miliardi: di questi, 2,4 sono stati trasferiti agli enti locali e 1,6 sono stati spesi. A oggi, dunque, le amministrazioni locali hanno ancora a disposizione 1,2 miliardi da spendere. Per lo sviluppo sono stati impegnati 200 milioni, 100 dei quali trasferiti e già spesi.
LE CRITICITÀ. «Nei paesi del cratere», conferma Fabrizio Curcio – ex capo della Protezione civile oggi responsabile della struttura di missione e capo di Casa Italia, il Dipartimento di Palazzo Chigi che sarà il punto di riferimento per le ricostruzioni nel paese – « la ricostruzione pubblica è attorno al 50% mentre all’Aquila le percentuali sono attorno al 30%». Ritardi dovuti, secondo Curcio, a un problema che non riguarda solo L’Aquila. «Le opere fuori dal capoluogo», spiega, «sono di importi minori e le procedure consentono la velocizzazione dell’iter. Laddove, invece, ci sono opere di importi importanti, si fa fatica. È un problema soprattutto di procedure, vanno semplificate le norme per sbloccare le opere pubbliche non solo all’Aquila, ma in tutto il paese». Tutte le risorse assegnate, che corrispondono al 93% di quanto stanziato, sono state corrisposte sulla base di specifiche esigenze e delle richieste del territorio con ordinanze della presidenza del Consiglio, delibere Cipe, decreti commissariali e piani annuali. Restano da assegnare, sempre via Cipe, ancora 1,3 miliardi. Una volta assegnati, i fondi vengono trasferiti sui conti delle amministrazioni, aziende ed enti pubblici che siano in grado di dimostrare di aver utilizzato le risorse già ottenute. Dei 17,7 miliardi stanziati, ad oggi è stato trasferito il 78%, vale a dire 13,9 miliardi complessivi (l’85% delle risorse assegnate).
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