Impiegato “infedele” condannato

Ha leso l’immagine del ministero per aver fornito informazioni riservate a privati
L’AQUILA. La prima sezione centrale di Appello ha confermato la condanna inflitta dalla Corte dei Conti del Lazio a un dipendente del ministero dell’Interno il quale ora dovrà restituire allo Stato circa 18.000 euro. Si tratta di E.R., 54 anni, residente nella zona di Sassa. L’accertamento della Corte dei Conti nasce da una indagine giudiziaria che qualche anno fa aveva portato a una condanna penale in via definitiva. L’uomo, all’epoca dei fatti contestati, era collaboratore tecnico del Dipartimento del ministero dell’Interno. In primo grado il dipendente pubblico era stato condannato dai giudici contabili «per un danno arrecato al ministero dell’Interno». In particolare, fu ritenuto «sussistente un danno da disservizio derivante dalla lesione del rapporto contrattuale tra il dipendente e l’amministrazione. Ciò, per avere E.R. in costanza di rapporto di pubblico servizio distratto le proprie energie lavorative dai compiti istituzionali a lui spettanti per porle a disposizione, nel periodo temporale 2008-giugno 2010, di privati imprenditori al fine di fornire a questi, in cambio di indebite utilità, informazioni privilegiate utili alla funzionalità delle società dagli stessi gestite». In poche parole forniva a privati informazioni che lui traeva grazie alle banche dati, riservate, a cui poteva accedere. Il danno da disservizio venne quantificato in 17.522 euro. «Nel caso in esame» scrivono i giudici di Appello «la conoscibilità obiettiva del fatto da cui è generato l’evento dannoso per l’amministrazione non può che farsi risalire all’indagine penale. Va infatti evidenziato come, dalla documentazione in atti, risulta assolutamente comprovato l’effettivo e costante mercimonio che il dipendente ha fatto della sua pubblica funzione per favorire illecitamente gli interessi di soggetti privati. Tale mercimonio, con relativo asservimento e sviamento della funzione, si è protratto nel tempo con atti reiterati che vanno ben oltre i singoli episodi in quanto facenti parte di ben definite condotte corruttive contestate in sede penale, per abbracciare l’intero arco temporale considerato dalla sentenza appellata (2008-giugno 2010). Le reiterate condotte lasciano desumere che l’abuso della funzione si sia tradotto in un danno all’amministrazione». Ricorso quindi respinto. (g.p.)

