Inchiesta “Tallone d’Achille” quattro rinvii a giudizio

SULMONA. Sono finiti sotto inchiesta perché sospettati di essere l’anello di congiunzione tra le aree interne e la costa di un’organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti. L’altro giorno sono...
SULMONA. Sono finiti sotto inchiesta perché sospettati di essere l’anello di congiunzione tra le aree interne e la costa di un’organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti. L’altro giorno sono state tutte rinviati a giudizio le quattro persone originarie della Valle Peligna finite nell’inchiesta “Tallone d’Achille”, condotta da polizia e Finanza di Chieti, coordinata dalla Procura chietina.
Dovranno affrontare il processo Giovanni Gigante 39 anni di Sulmona, Fabrizio Gigante 34 anni di Sulmona, Ersilio De Chellis e Annalisa De Chellis entrambi di Pacentro.
Tre di loro furono sottoposti lo scorso anno alla misura cautelare dell’obbligo di dimora mentre per il solo Giovanni Gigante furono disposti gli arresti domiciliari perché, secondo quanto asserito dagli investigatori, avrebbe recitato un ruolo non proprio marginale nella vicenda. L’inchiesta ha consentito di individuare e smantellare tre diversi sodalizi criminali, composti da italiani e albanesi, che operavano nelle province di Chieti, Pescara e L’Aquila: uno con base a Bucchianico, il secondo specializzato nello spaccio alla “movida” a Chieti Scalo ed il terzo pescarese. I fatti risalgono al biennio 2017-2018.
Dal capo d’imputazione emerge che le quattro persone coinvolte nell’inchiesta sarebbero state intercettate nel corso di alcune conversazioni telefoniche.
Nel mirino degli investigatori sono finiti, in particolare, alcuni viaggi che i quattro, a vario titolo e in diverse circostanze, avrebbero fatto a Chieti per rifornirsi di sostanze stupefacenti da poter poi piazzare nella loro area di residenza.
Diametralmente opposta la tesi dell’avvocato Silvia Iafolla, che difende due degli imputati, ovvero Fabrizio Gigante ed Ersilio De Chellis, secondo la quale il contenuto di quelle conversazioni non farebbe riferimento alla droga e allo spaccio, ma si tratterebbe semplicemente di ipotesi o allusioni fatte nel corso di conversazioni tra amici.
«Tesi che siamo sicuri di riuscire a dimostrare nel corso del dibattimento», conclude l’avvocato Iafolla». (c.l.)
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