«Indennità prese anche a destra»
Cultura, Pezzopane replica al sindaco Biondi sugli attacchi per il Tsa
L’AQUILA. Prosegue la polemica sulla cultura tra il sindaco Pierluigi Biondi e la deputata Pd Stefania Pezzopane. Che replica a Biondi: «La risposta aggressiva testimonia grande nervosismo. È un tristissimo attacco alla mia persona piuttosto che un intervento sulle questioni aperte dal dibattito sul Centro. Davvero a corto di argomenti se è costretto a intrufolarsi nella macchina del tempo, falsando a uso e consumo suo e di FdI la questione indennità di presidente Tsa da me svolto oltre 15 anni fa. In questa sua furia distruttiva, Biondi mette in mezzo a una polemica assurda un galantuomo della destra abruzzese non più in vita come il caro Giovannino Pace. Precisiamo: i presidenti e i vice del Tsa hanno percepito indennità di funzione fino al decreto Tremonti (2010) che le abolì. Le hanno prese i presidenti Proietti e Trimarchi e i vice Tancredi ed Ettorre entrambi nominati dal sindaco Tempesta, anche lui galantuomo della destra aquilana che mai si sarebbe sognato di fare una così squallida polemica. Pace si autonominò presidente al Tsa, ovvero di un ente di cui la Regione è socio fondatore, e dovette poi dimettersi per ricandidarsi alla Regione perché rendeva incompatibile la candidatura di persone con ruoli in enti regionali. Fu allora nominata da Pace Carla Mannetti, dirigente regionale con incarico di staff; la sconfitta di Pace la portò a dimettersi. Questi i fatti: esponenti della destra di quegli anni hanno preso anche loro lecitamente indennità, e non specifico le cifre, perché questo non è il mio modo di far politica e perché hanno assolto con onore e responsabilità ai loro ruoli. Il caso Pace e Mannetti, l’uno presidente e l’altra dirigente di staff, erano ben diversi da chi rivestiva altri ruoli provinciali e comunali. Mi spiace di aver citato Pace, di cui coltivo il sorriso e la gentilezza, e Tempesta, con cui non sono mancati i contrasti, ma sempre con grande rispetto reciproco, ne l’uno né l’altro sarebbero mai ricorsi a modalità così umilianti per chi le ha usate in un dibattito sulla cultura».

