Inizia l’assedio, è il 7 maggio 1423 Braccio vuole prendersi L’Aquila

Il condottiero puntava a insediarsi su un trampolino che lo avrebbe proiettato verso un regno tutto suo Saltarono tutti i precedenti accordi, la narrazione dei tre fatti che portarono al precipitare degli eventi
L’AQUILA. La promessa fatta da Braccio da Montone a Muzio Attendolo Sforza di non invadere l’Abruzzo era la classica promessa da marinaio. L’Abruzzo, e L’Aquila in particolare, erano importanti per il condottiero umbro per puntellare il “sogno” di un regno tutto suo nel cuore dell’Italia. E così alla fine Braccio decise di prendersi L’Aquila e non solo come rappresentante della Regina ma come “Signore”. Gli aquilani, a dire il vero, prima di andare allo scontro diretto, cercarono di “blandire” il condottiero tanto che nel settembre del 1422, quando Braccio conquistò Città di Castello rafforzando la sua presenza “armata e politica” in Centro Italia, dall’Aquila fu inviata una delegazione che portò al “governatore d’Abruzzo” soldi e doni. Gli ambasciatori fecero però capire all’uomo d’arme che se la sua intenzione era di diventare il padre padrone della città non avrebbe avuto il favore degli aquilani. Inoltre gli ricordarono il “patto” che L’Aquila aveva da sempre con i regnanti di Napoli: vi paghiamo l’obolo annuale, vi assicuriamo la nostra lealtà ma lasciateci fare in pace affari e commerci. Ma come era amministrata L’Aquila a quel tempo? Al vertice c’era il Capitano Regio che come dice il nome era il referente del Re o della Regina. C’era poi il Consiglio dei Cinque composto da mercanti, nobili e intellettuali. C’era quindi il cosiddetto Consiglio del Popolo che aveva il compito di nominare il Consiglio dei Cinque. Braccio alla fine del 1422 aveva mandato all’Aquila un suo rappresentante – lui era impegnato altrove – il quale fu accolto bene dagli aquilani. Ma passarono pochi mesi e fu chiaro che Braccio all’Aquila non voleva semplicemente “amministrare” per conto della Regina ma intendeva comandare per sé in modo da insediarsi su un trampolino che lo avrebbe proiettato verso lo Stato Pontificio. Fu altrettanto evidente che poco gli interessavano i precedenti accordi. Nel marzo-aprile del 1423 ci furono tre fatti che spiegano le ragioni che portarono al precipitare degli eventi. Il primo fu la cacciata del capitano inviato da Braccio. La seconda è una lettera che il Capitano di ventura a metà aprile manda a due suoi sodali, tali Ardizzone e Piccinino. Nella missiva Braccio accusa gli aquilani di essere ribelli alla Regina (che lo aveva nominato governatore) e di fare ostruzionismo alle sue manovre militari in Abruzzo istigati da Antonuccio Camponeschi leader di una delle famiglie più potenti della città e che in Braccio vedeva un pericolo per i suoi traffici. Nonostante questo, a marzo e aprile Braccio tentò ancora di lusingare gli aquilani infiltrando suoi “inviati”, creando una rete di spie in città, cercando in qualche modo di influenzare “l’opinione pubblica”. Antonuccio Camponeschi, a sua volta, giocò bene le sue carte. Convinse gli aquilani che Braccio non si sarebbe accontentato di rappresentare la Regina ma sarebbe diventato il padrone assoluto. Uno dei cantari riporta una frase del Camponeschi che suona più o meno così: “Chi tutto vuole, nulla ottiene”. Il 30 aprile accadde un altro fatto decisivo. Per sventare la minaccia rappresentata da Braccio, L’Aquila cercò un accordo politico e militare con Luigi III d’Angiò che in quel momento non era ancora stato scelto dalla Regina Giovanna come suo erede (lo sarà pochi mesi dopo). A fianco di Giovanna infatti c’era, in qualità di “figlio adottivo”, Alfonso d’Aragona. Gli aquilani dopo riunioni e conciliaboli avevano deciso che il loro Re, dopo Giovanna, sarebbe stato Luigi e non Alfonso. Luigi era un Angioino e gli Angioini avevano sempre garantito “libertà” alla città. La delegazione che si recò a Roma da Luigi era composta da 4 persone. L’Angioino accettò quasi tutte le condizioni che gli aquilani ponevano per garantirgli fedeltà. Pretesero perfino di nominare il Capitano Regio ma su questo non la spuntarono. Ormai la diplomazia aveva esaurito i suoi “giochi”. La parola ora passava alle armi. Il 7 maggio 1423, un venerdì, le truppe di Braccio cominciarono ad avvicinarsi minacciose alla città. Il lungo assedio stava per cominciare.
(3 - continua)
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