Intecs, un’altra beffa per gli ex ricercatori

18 Luglio 2019

Inviata una lettera a Di Maio: «Ora l’Inps rivuole 10mila euro e testa per aver percepito indennità»

L’AQUILA. Cosa c’è di peggio che essere licenziati? Lo hanno scoperto gli ex ricercatori della Intecs, finiti in un groviglio di procedure e situazioni paradossali, per le quali devono addirittura rimborsare 10mila euro all’Inps. Una vicenda che va portata all’attenzione nazionale e che i lavoratori aquilani ripercorrono in una lettera, inviata al ministro del Lavoro Luigi Di Maio, ai vertici Inps, ai segretari generali di Cigl, Cisl e Uil e ai dirigenti dei partiti politici italiani. «Denunciamo pubblicamente», scrivono, «la situazione iniqua, ingiusta e, per alcuni tratti, vessatoria, nella quale ci troviamo, dopo quasi due anni dal licenziamento collettivo che abbiamo dovuto subire e che, paradossalmente, abbiamo scoperto non essere l'evento peggiore». Il paradosso è arrivato dopo la sentenza del novembre 2018 con cui il Tribunale del lavoro ha annullato la procedura di licenziamento, rigettando la motivazione di “infungibilità” addotta dall’azienda. Ma con il laboratorio chiuso, nessuno è rientrato nello stabilimento. Di fatto, però, per l’Inps «non hanno cessato il rapporto di lavoro»e risultano quindi debitori di quanto già percepito come indennità di Naspi. «La nostra attuale condizione è quella di licenziati con calunnia», sottolineano gli ex ricercatori, «senza lavoro, senza indennità previste dalla legge, creditori di spettanze non ricevute e debitori nei confronti dell'Inps di circa 10000 euro medi pro-capite. Mentre la Intecs che ci ha licenziato, con decine di milioni di debiti con lo Stato, può accedere a forme di "condono" fiscale come il concordato in bianco. A ciò si aggiunge che nella nostra condizione continuiamo a restituire le tasse sospese per il terremoto 2009, mentre Intecs è tra le aziende per cui tutti si battono per evitarle la restituzione». Dopo la lunga mobilitazione, con il presidio permanente davanti alla Regione da gennaio del 2018 allo scorso aprile, i 60 ricercatori sono allo stremo: «Abbiamo cercato finora di provvedere a noi stessi, combattendo le nostre battaglie con le sole forze locali del sindacato e di parte della politica, ma ora siamo costretti a denunciare il gorgo burocratico in cui siamo finiti». In un passaggio della lettera ricordano che «abbiamo un progetto di ricollocazione avviato nel 2016, con accordi sottoscritti fra parti sociali e Regione, e fra Regione e Thales Alenia Space, capofila nel progetto plurimilionario per la Space Economy, e che da alcuni mesi si è arenato, malgrado i nostri skill combacino con i profili richiesti, essendo stati fornitori della stessa Thales».
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