Sergio Dompé: «Da qui riforniamo il mondo, nel 2050 ci saremo ancora»

Il presidente dell’azienda intervistato dal direttore Telese: «Abbiamo trovato gente seria e affidabile, stiamo molto bene»
L'AQUILA. «Nel 2050 la “D” di Dompé sarà ancora lì? I programmi di oggi ci rendono decisamente ottimisti». Sergio Dompé guarda avanti partendo da uno stabilimento che dall’Aquila rifornisce il mondo, lavora anche su tre turni e continua a essere uno dei nodi strategici del gruppo. Ma nel suo racconto il futuro non è fatto soltanto di produzione, ricerca e nuovi investimenti: passa dal ricambio generazionale, con le figlie sempre più dentro l’azienda e da un legame con il territorio costruito in decenni di presenza.
«Gli aquilani sono difficili da convincere, ma quando lo sono rimangono convinti», dice. E proprio da qui, dalla fabbrica incastonata nella conca aquilana e pensata fin dall’origine per non ferirne il paesaggio, parte un viaggio che tiene insieme memoria, innovazione e ambizioni globali. Che parte dal fotogramma storico del giorno dell’inaugurazione, nel 1993.
Questa fabbrica era già molto curata, con il suo logo, il suo grande simbolo e integrata nel paesaggio. Perché? Era uno studio che avevate fatto, un ragionamento?
«Noi abbiamo chiesto allo studio Belgioioso, che ci ha fatto il progetto, di avere uno stabilimento che rispondesse naturalmente a tutti quelli che devono essere i criteri internazionali, ma che rispettasse l’ambiente. È così bella la conca aquilana che l’idea di vedere 60 mila metri quadri di cemento in più mi faceva venire male. E allora abbiamo messo fioriere e prato dappertutto e l’abbiamo fatta sufficientemente bassa perché non impattasse in nessun modo, o impattasse il meno possibile, per chi guardava L’Aquila con la voglia di vedere una bellissima valle, non un posto industriale».
Lo stabilimento è strategicamente vicino all’aeroporto di Fiumicino e quindi potenzialmente aperto a tutto il mondo. Quanto lavora oggi questa fabbrica per rifornire i mercati internazionali?
«Noi spesso e volentieri lavoriamo ancora adesso tre turni al giorno, quindi su 24 ore e ci è capitato anche di lavorare 30 giorni su 30 in un mese. Questo fa parte della norma perché dall’Aquila riforniamo tutto il mondo e quindi abbiamo bisogno che lavori in continuazione. Questo è quello che ci consente di continuare a fare investimenti e di avere un sito sempre aggiornato al massimo livello e, perché no, pensare anche a degli sviluppi».
Il certificato anagrafico dell’Oki è in questa “clinica”?
«Assolutamente sì, qui è nato, qui lo facciamo».
C’è una parte importante di voi dappertutto e vi piace riuscire a integrarvi anche con quelli che vi circondano. Anche questo tappeto su cui siamo era nel salone d’onore dell’azienda a Milano?
«Oggi non esiste più la necessità di avere un salone di quel genere e allora abbiamo detto: a chi lo diamo? E abbiamo pensato all’Aquila».
Ero qui nei giorni in cui questa nave si è trovata nella tempesta dei dazi. C’erano mille punti interrogativi: avete superato anche quella?
«Devo dire sinceramente che lì non è che siamo stati bravi. Per fortuna, perché c’è stata poi alla fine una grande praticità da parte degli americani e i dazi sui farmaci non sono arrivati».
Però eravate già pronti, avevate già prodotto, avevate già preparato un magazzino?
«Avevamo fatto tutto dalla A alla Z perché è chiaro che, se ti occupi di industria, devi reagire con velocità a quelli che sono gli stimoli, le minacce, i pericoli, i problemi che vengono dall’esterno. Quindi fa parte del nostro lavoro di tutti i giorni».
E se ora dovessimo dire dove va? Se questa è un’astronave che entra nel terzo millennio con delle ambizioni, dove può atterrare?
«Ci piacerebbe che ci fossero altre patologie che venissero curate con il know-how che noi stiamo continuando a gemmare e a nutrire da quella grande scoperta che ha fatto Rita Levi-Montalcini insieme a Cohen, ovviamente, che è il Nerve Growth Factor. Io penso che ci saranno anche delle altre puntate di innovazione e stiamo facendo il nostro massimo perché questo non rimanga solo un bel sogno nella testa mia e delle persone che collaborano con noi».
C’è anche una nuova generazione di Dompé che sta scendendo in campo?
«Assolutamente, direi quasi due, perché ho due figlie. Una ha 39 anni, va per i 40 e oggi vive negli Stati Uniti».
È la vostra ambasciatrice?
«No, più che l’ambasciatrice perché oggi è la Ceo. Io sono Executive President e lei è l’amministratrice delegata. E poi da circa un anno è neolaureata, con già una piccola esperienza di lavoro, mia figlia Rosiana. Avere le figlie nell’azienda è per me un altro regalo incredibile, anche perché io mi sento colui che deve traghettare naturalmente l’azienda e tutte le persone che lavorano con noi da una parte all’altra dell’oceano».
Vi ho visto insieme e mi ha molto colpito l’apparente naturalezza con cui avete seguito un processo che in altre aziende può essere devastante e in alcuni casi ha azzerato la storia. Qual è stato il segreto del padre? Non sentirsi sostituito, non avere il desiderio di controllare tutto? Delegare?
«Io penso che uno dei problemi che a volte c’è con la mia generazione, e anche con la generazione che mi ha preceduto, è di pensare che, con un mondo che va avanti a questa velocità, tu sia sempre in condizione di reggere la spinta competitiva. Io credo che ognuno di noi debba fare di tutto per spingere sui talenti e per dare alle nuove generazioni la possibilità di andare ben oltre la nostra, perché sennò alla fine tu puoi essere un ostacolo e non più il promotore dell’azienda».
Lo dicono tutti, però poi soffrono. Perché lei non soffre a dire: “Oddio, sto lasciando in mano l’azienda a una nuova generazione?”
«Non soffro perché sono stato molto fortunato, nel senso che ho due figlie femmine. Padre e figlia, come madre e figlio, funziona meglio nella pratica della vita che padre e figlio e madre e figlia».
E così avete cancellato il sesso forte?
«Esatto. Noi abbiamo già oggi una presenza di genere superiore al 50% e anche nei ruoli manageriali top abbiamo moltissime donne, quindi non c’è questo tema. E se poi una persona è brava, ha voglia di fare, vedi che ha la stessa passione che hai tu e vuole andare avanti al cento per cento, beh, io credo che qualsiasi papà in una situazione del genere si senta super felice e provi a darle tutte le possibilità perché lo faccia».
Ultimo elemento di autoracconto che mi interessa sull’azienda, ma inserito nel Paese: perché la farmaceutica italiana continua a competere con Paesi con una storia e spesso una struttura industriale apparentemente molto più potente della nostra? Abbiamo un valore aggiunto in questo campo?
«Sì, abbiamo un valore aggiunto. E il valore aggiunto è quello che ha tutto il substrato organizzativo e tecnologico del nostro Paese, le maestranze che ci sono. Quindi, una volta tanto, parliamo dagli operai specializzati che ci sono, che è più facile trovare così ben organizzati rispetto magari anche a Paesi che sono molto evoluti, ma che fanno più fatica a trovare questo tipo di manodopera. La presenza delle aziende di fine chemicals, che sono quelle che creano le materie prime per le industrie farmaceutiche, dove il nostro Paese è sempre stato molto competitivo, anche se devo dire che le politiche verdi le hanno spinte in molti casi a marginalizzarsi e questo è un gravissimo errore strategico che ha fatto l’Europa in particolare. Noi siamo i leader mondiali nell’ideazione e nella produzione di macchine per il confezionamento e di altre macchine per la produzione farmaceutica. Insomma, questo è un Paese incredibilmente valido sotto questo punto di vista. Le do solo un dato».
Dica.
«Circa 40 anni fa noi avevamo meno del 20% di export, quindi ogni pezzo che veniva prodotto nel nostro Paese soltanto una piccola parte andava all’estero. Oggi è completamente ribaltata la situazione: su dieci pezzi che vengono prodotti nel nostro Paese più di sette vanno all’estero. Noi abbiamo fatto da traino in questo momento all’export tecnologico che il nostro Paese fa. Pensate che l’industria farmaceutica nella sua interezza – e qui attenzione, ci sono moltissime aziende internazionali che producono nel nostro Paese, a cui deve andare la nostra totale riconoscenza – tutti insieme facciamo circa 69 miliardi di export, essendo questa una delle voci principali del nostro bilancio dell’export ed essendo quella che è cresciuta di più negli ultimi cinque anni».
Chiudiamo con un elemento di racconto su questo stabilimento e su questo territorio. Una volta, passeggiando per la piazza principale dell’Aquila, lei disse, quasi riflettendo ad alta voce: “Ma io ho una seconda cittadinanza qui”. Che cos’è, per un uomo che ha visto e girato il mondo, che è cresciuto in una grande capitale del Nord, ciò che ha imparato qui in Abruzzo, che ha scoperto qui in Abruzzo e che si porta dietro nel suo bagaglio?
«La popolazione aquilana è un po’ bruta alle volte, ma è vera. È difficile da convincere, ma quando è convinta rimane convinta, non è che poi al primo stormir di foglie cambia idea. Sono affidabili, sono seri, noi ci troviamo molto bene. Lo ripeterò fino alla noia: il carattere lo hanno dimostrato sempre, ma in particolare nel post terremoto, che è stato un momento difficilissimo per la cittadinanza aquilana. E attraverso questo lo abbiamo fatto anche con un’altra azienda che io voglio cogliere l’occasione per ringraziare, che è Menarini. Menarini condivide lo stabilimento con noi, riuscendo a farci tenere dei costi ancora più competitivi e avendo una simbiosi con noi positivissima. E quindi chiudo con la gratitudine: la gratitudine nei confronti di quello che tu ricevi dal territorio, dell’affidabilità, della serietà, della serenità con cui riesci a lavorare, delle persone che hanno creduto in te, dai partner industriali alle tante persone che hanno lavorato e lavorano qui oggi, a cui va il mio grazie più sentito».
Ci sarà nel 2050 la “D” della Dompé in mezzo a quel paesaggio?
«La sicurezza non c’è mai nella vita, però i programmi di oggi e le possibilità che stiamo intravedendo ci fanno essere decisamente ottimisti. Poi un imprenditore deve essere ottimista perché, se lasci il passo alla negatività e al pessimismo, sei finito».
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