«Io, diacono per servire e accogliere»

23 Giugno 2019

A 35 anni l’ordinazione in vista del sacerdozio Cerimonia martedì a Pizzoli con il cardinale

Luca Capannolo ha 35 anni, è nato ad Arischia, ex comune oggi frazione dell’Aquila. Si definisce «un ragazzo dalla vita normale che a 28 anni ha deciso di prendere in mano la propria vita seguendo la strada tracciata dal Signore». Insomma vuol diventare prete e martedì farà un bel passo avanti in tale direzione. Sarà ordinato diacono nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano al Monte di Pizzoli. Lui avrebbe voluto che la cerimonia si svolgesse ad Arischia, fra i suoi compaesani, ma la chiesa parrocchiale della frazione aquilana è ancora inagibile e quella provvisoria è troppo piccola. L’ordinazione diaconale sarà la prima ad essere impartita dall’arcivescovo Giuseppe Petrocchi da quando è stato nominato cardinale.
Sei un arischiese doc, quanto le tradizioni religiose del tuo paese hanno influito sulla tua formazione e quindi sulla tua scelta di diventare prete?
«Sì, sono un arischiese doc. Il cognome parla chiaro e, volendo citare un’espressione biblica, posso dire di essere arischiese di generazione in generazione. Arischia è la mia culla, la mia infanzia, il primo luogo in cui ho imparato a pregare e ad ascoltare la voce del Signore nella bellissima Abbazia di San Benedetto il cui restauro ancora non è completato».
Quali sono stati i tuoi studi?
«Ho conseguito la laurea in lettere all’Aquila e poi il dottorato in Culture e letterature comparate all’Università Roma 3. Lo scorso 14 giugno, poi, ho conseguito il baccalaureato in teologia a Chieti che si aggiunge a quello che avevo conseguito nel 2009 nel nostro Istituto “Fides et ratio”, in Scienze religiose. Attualmente continuo ad appassionarmi di ricerca e critica letteraria e anche di letteratura russa e portoghese». Come hai maturato l’idea di entrare in seminario? Come è nata la tua vocazione?
«La storia è molto lunga. Oggi, a distanza di molti anni, ho capito che alcuni segni si erano manifestati già nella fanciullezza: da piccolo servivo la messa, anche quelle feriali, ed ero sempre presente al catechismo e alle attività che la parrocchia proponeva. Durante l’adolescenza invece, per immaturità o per paura, decisi di accantonare la proposta che il buon Dio mi faceva e ho condotto una giovinezza spensierata. Tale situazione si è protratta per un tempo molto lungo, durante il quale cercavo di riempire continuamente la mia vita con cose da fare, studi, viaggi, esperienze all’estero, divertimenti: tutte cose buone ma inefficaci a soddisfarmi a pieno; ho fatto moltissimi tentativi per cercare la strada giusta per me ma non ero mai soddisfatto. Poi, con il passare degli anni, la situazione è cambiata così tra sbagli e scelte azzeccate, ho voluto ridare una chance al Signore, o meglio, mi sono fidato di Lui. Il terremoto è stata un’esperienza molto forte e decisiva per riscoprire la mia vocazione. In quei giorni ho capito meglio la preziosità dell'esistenza che dev’essere vissuta pienamente, secondo la propria vocazione. E così, aiutato da alcuni sacerdoti della nostra diocesi, ho iniziato un cammino di discernimento che poi mi ha portato in seminario».
Se dovessi spiegare a un giovane cosa si fa in seminario, cosa diresti?
«Prima di tutto direi che il seminario è una cosa seria, una realtà in cui si entra con responsabilità, umiltà ed entusiasmo. Non si diventa subito e automaticamente seminaristi, ma prima è previsto un anno propedeutico in cui i giovani possono mettersi più seriamente in ascolto della volontà di Dio e capire la propria vocazione. Il seminario non è assolutamente una struttura chiusa e inaccessibile, ma è una realtà aperta, attuale e in piena armonia con tutte le chiese di Abruzzo e Molise. È un luogo in cui si ha la possibilità e la fortuna di avere una formazione teologica e culturale, ma anche e soprattutto umana. In seminario si tengono molte attività. Alla base di tutto ci sono la vita spirituale, assicurata dalla messa quotidiana e dalla preghiera oraria, e l’istruzione teologica e culturale, garantita dall’Istituto Teologico abruzzese e molisano, nel quale si studiano la filosofia, la teologia e le nuove discipline umane. La formazione è curata dal rettore, dai vicerettori e dal padre spirituale. Il seminario prevede anche molte altre attività ricreative. Con estrema sincerità posso dire che il seminario a me ha dato molto ed è stato solo grazie ad esso che ho potuto fare tante nuove e belle esperienze. In ambito ecumenico ricordo con molta gioia i giorni passati in Svezia con i nostri fratelli luterani o, l’anno scorso, il mese trascorso in una parrocchia di Malta per fare nuove esperienze pastorali. Non posso dimenticare le altre esperienze, quella più strettamente spirituale in Provenza nei pressi di Avignone o le altre umanitarie come il servizio prestato nella Caritas di Pescara o nelle parrocchie di Amatrice dopo il sisma. Sono tutte cose che ricordo con immensa gioia e gratitudine al Signore che mi ha guidato».
Il tuo tirocinio durante gli anni di studio della teologia dove si è svolto?
«Il mio non è stato un vero e proprio tirocinio, ma un’esperienza pastorale. Questo servizio di solito si tiene nel fine settimana. Il primo anno fui mandato in un ospizio a Bucchianico, gestito dai padri Camilliani. A distanza di tempo ringrazio molto il Signore per i pomeriggi passati con i vecchietti e per le loro parole che ancora adesso mi tornano in mente. L’anno successivo ho prestato servizio nella parrocchia di San Giovanni e San Benedetto a Pescara Colli dove l’ambiente variegato ed eterogeneo, molto diverso dal nostro, mi ha permesso di crescere ancor più nell’apertura verso l’altro e nel senso dell’accoglienza. Dal terzo anno sono rientrato in diocesi, o meglio, sono tornato all’Aquila nella parrocchia di Santa Rita in via Strinella».
Come mai hai deciso di scrivere la tesi di Baccalaureato in Teologia su Laudomia Bonanni?
«Non posso nascondere che con Laudomia Bonanni (L’Aquila 1907-Roma 2002, ndr) sia stato amore a prima vista. Ricordo ancora quando lessi “La Rappresaglia” e da allora la scrittrice aquilana è stata sempre presente nella mia anima. La decisione di scrivere la tesi di baccellierato su Laudomia Bonanni ha sorpreso tutti, anche perché la scrittrice non nutriva particolari simpatie per la Chiesa. Il mio lavoro è incentrato sull’analisi delle tracce e dei rimandi biblici presenti nella letteratura bonanniana evidenziando il sostrato religioso che soggiace a molti suoi scritti e i tanti rimandi, taciuti o palesi, alla tradizione biblica e sapienziale. E poi, con la scelta di Laudomia Bonanni, ho voluto onorare la mia città di cui è una voce forte e sempre attuale. Anche questa è una forma di ricostruzione».
Ci sono altri seminaristi in diocesi? Cosa diresti a un giovane che dovesse cominciare a sentire la chiamata al sacerdozio?
«Nel seminario di Chieti con me si chiude la presenza aquilana, in quanto sono l’unico seminarista dell’arcidiocesi. Non nascondo che fa un certo effetto non avere condiocesani che, dopo di me, possano continuare la presenza aquilana a Chieti. A un giovane direi di avere bene le idee chiare, di non avere fretta e di fare i passi giusti sempre davanti al Signore, alla propria coscienza e alla Chiesa. Avere paura è normale, il timore è naturale, ma tutto passa quando si fa un serio cammino di discernimento».
Martedì 25 giugno a Pizzoli il cardinale Petrocchi ti ordinerà diacono. Chi è il diacono?
«Il diacono è il ministro di culto che ha ricevuto il primo grado del sacramento dell’ordine. Più tecnicamente è abilitato a servire il popolo di Dio nel ministero dell’altare, della parola e della carità. Ha la facoltà di presiedere la celebrazione di alcuni sacramenti e può impartire benedizioni di persone, luoghi e oggetti, benedizioni eucaristiche e presiedere il Rito delle esequie e altre liturgie fuori della Messa. Per me essere ordinato diacono è innanzitutto un dono, un regalo prezioso che il Signore mi ha fatto. La gioia di questo dono voglio che sia condivisa con gli altri, attraverso il servizio a Dio, alla Chiesa e al prossimo. Non c’è diaconato senza servizio. Spero che il mio diaconato possa crescere sempre più nell’ascolto del prossimo e nell’accoglienza di quanti il Buon Dio vorrà pormi davanti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA