«Istigava al terrorismo islamico»: pakistano condannato a due anni

6 Agosto 2023

La Corte d’Appello ha confermato la pena. L’accusa: «Utilizzava i social per la propaganda jihadista» Era residente da cinque anni a Francavilla. Il 34enne accompagnato a Bari per essere rimpatriato 

L’AQUILA. È stato condannato dalla Corte d’Appello dell’Aquila a due anni di reclusione, pena che conferma la sentenza di primo grado. Il verdetto riguarda Arslan Faiz, il 34enne pakistano, arrestato dai carabinieri del Ros a dicembre del 2021 con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Residente da cinque anni a Francavilla al Mare, secondo la procura distrettuale antimafia utilizzava la rete e i social per la propaganda attraverso la diffusione di foto e video. Secondo le motivazione della sentenza, il materiale detenuto dal pakistano «non poteva avere soltanto uno scopo informativo o culturale». Respinta, inoltre, la tesi difensiva secondo cui «la condivisione di idee integraliste, in assenza di manifesti propositi di violenza e senza istigazione alla commissione di reati, sia libera manifestazione di pensiero». Accertata invece «la volontà di fare adepti in favore di un gruppo associativo che ha tra i suoi obiettivi pratiche di inaudita ed efferata crudeltà». Lo straniero, difeso dall’avvocato Danilo Iannarelli, ha lavorato per circa tre anni in un autolavaggio a Francavilla. Aveva ricevuto un provvedimento di espulsione dal territorio nazionale e si trovava perciò a Bari in attesa dell’esecuzione del rimpatrio coattivo. Le indagini, condotte dalla sezione anticrimine dell’Aquila e coordinate dal procuratore Michele Renzo e dal pm Simonetta Ciccarelli, avevano permesso di dimostrare «un rapido e intenso processo di autoradicalizzazione islamica del pakistano, che aveva assunto connotazioni estremiste di natura salafita». Proprio questo dettaglio aveva spinto gli inquirenti a svolgere ulteriori attività investigative nei confronti di Faiz, che hanno permesso di documentare una sua continua attività di propaganda, via social, consistente in post e commenti a favore dei metodi terroristici e delle vittorie delle milizie talebane. Il pakistano aveva inoltrato a più persone, attraverso Whatsapp, video e fotogrammi di propaganda jihadista, «palesando un’esplicita attività di istigazione a commettere i delitti di partecipazione ad associazioni con finalità di terrorismo e attentati terroristici». L’uomo si rivolgeva in lingua urdu ai propri concittadini, sia quelli residenti in Italia che in Pakistan, tentando di influenzarli in senso radicale, pubblicando immagini elogiative dei talebani e, in particolare, dell’organizzazione terroristica Tehrik-i-Taliban Pakistan.
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