L’appello dalle frazioni: la priorità è la sicurezza
Comitato di Arischia: «Le case non di pregio vanno abbattute e ricostruite basta con i “rattoppi”, alle nuove generazioni dobbiamo dare certezze»
ARISCHIA. Ripensare la “filosofia” alla base della ricostruzione delle frazioni. Basta rattoppi pronti a disintegrarsi al prossimo sisma, tutto ciò che non ha un pregio storico va abbattuto e rifatto.
Sono gli abitanti dei piccoli nuclei del comune dell’Aquila che cominciano a prendere coscienza (Norcia docet) che con il terremoto bisogna conviverci e quindi bisogna ricostruire bene buttando giù tutto il possibile e ridando alle persone case sicure. I primi segnali in tal senso erano arrivati nei mesi scorsi da Roio, Paganica, Tempera, Assergi. Molta gente anche nelle frazioni comincia a scegliere l’abitazione equivalente mollando il vecchio rudere che magari sarà ricostruito fra 10 anni e scegliendo una villetta sicura e con una bella visuale (basti pensare che persino a Onna, cancellata dal sisma e dove rifare dalle fondamenta è un dato di fatto visto che di case in piedi ce ne sono pochissime, sono state già chieste 9 case equivalenti e ce ne sono altre in vista).
A prendere posizione ufficialmente sulla necessità di ricostruire bene attraverso l’abbattimento e la riedificazione (salvo gli edifici vincolati o di pregio) sono gli abitanti di Arischia che pochi giorni fa si sono riuniti in assemblea e hanno messo a punto un documento che esordisce così: «I recenti, drammatici eventi sismici nel Centro Italia meritano una profonda riflessione sulle direttive imposte dallo Stato, nella zona dell’Aquila, riguardo alle varie modalità di ricostruzione delle abitazioni danneggiate dal violento sisma del 6 aprile 2009. Cominciamo col porci la domanda: laddove non sussistono evidenti e imprescindibili vincoli di carattere storico, è più utile e vantaggioso ristrutturare le abitazioni colpite seriamente o demolirle e ricostruirle di sana pianta? Il borgo di Arischia» continuano gli abitanti «nacque nell’alto medioevo per attività legate alla pastorizia e al taglio dei boschi, attività appoggiate a lavorazioni rurali di pura sussistenza, data la natura accidentata dei luoghi, attività ormai superate dall’evoluzione tecnologica. Il sisma del 2009, paradossalmente, offre l’occasione di riqualificare urbanisticamente il borgo dandogli un volto e una prospettiva adeguati ai tempi moderni. Ha senso sguinzagliare nel territorio architetti e archeologi per scovare elementi di pregio nelle vecchie abitazioni colpite dal sisma, vecchie di secoli con crepe e scollature di 15-20 centimetri per impedirne la demolizione, con il pretesto che vanno salvate l’identità e le antiche “culture” costruttive, di ornamento? Vai a capire poi quali sono quelle veramente di pregio: lo possono essere quelle misere volte a botte testimonianza certo dell’ingegno umano ma anche di una grande povertà di mezzi? E’ il caso di dire che questi esperti dalle decisioni inappellabili guardano alla “pagliuzza e non alla trave”, trave rappresentata da crepe paurose, tetti sfondati, muri di sabbia e sassi, pareti portanti storte e scollate dal resto. Secondo i cittadini di Arischia il senso vero che va ricercato e valorizzato è quello della sicurezza abitativa per noi e per le future generazioni, alle quali non si può trasferire un’incertezza nonché una parziale soluzione del problema antisismico. Norcia insegna. La vita e l’incolumità delle persone innanzitutto. E' stato nominato un comitato per studiare il problema e produrre un progetto di ricostruzione di Arsischia nuovo da presentare al Comune dell'Aquila».

