«L’Aquila è viva, noi ci siamo»

La docente universitaria Pitari racconta la sua esperienza legata al sisma
Sono tornata nella mia casa il 30 maggio 2014, dopo 5 anni da sfollata, dopo 1.880 giorni di vita altrove. Ricordo tutto di quel giorno: le lacrime nel rivedere le mie cose conservate in un magazzino lontano che fuoriuscivano dal portellone di un furgone. Aprivo gli scatoloni e ogni libro, album di fotografie, lenzuolo, bicchiere, tovaglia, elettrodomestico, quadro, Dvd, vocabolario, Cd, lampada, scatola, raccolta, mi aiutava a ricostruirmi pian piano.
Dapprima stupita nel vedere tutta quella vita ritornata, in un secondo momento mi ci sono immersa. Ricordo che lavai e stirai tutta la biancheria, ingiallita da più di 62 mesi di attesa; il ferro da stiro scivolava su tutti i ricordi di corredi, acquisti, nascite e separazioni. Lavai le stoviglie che profumavano delle cene con amici e le pappe dei miei figli. Riposi tutti i libri conservati con cura: dal vocabolario di greco alla Divina Commedia a fumetti.
Quei cinque anni trascorsi a 15 chilometri di distanza dalla mia vita di prima, hanno lasciato un segno indelebile: non sono le rughe, il dolore, l’incredulità, ma la fatica di non spersonalizzarsi, di non dimenticarsi, anche se tutto spingeva in quella direzione. Da quel momento, ho iniziato a frequentare di più il centro città e mi intristivo tanto: era ancora distrutto e abbandonato. Odorava di abbandono. Poi ho iniziato a vedere gru, palazzi ricostruiti e bellissimi, alcune attività commerciali e la speranza cresceva. Ma il cuore pulsante della città rimaneva come un buco nero, senza abitanti, senza luci, senza cinema, senza teatro (intendo lo stabile), senza il municipio, le scuole, le vetrine, il mercato. Speravo dopo 5 anni di poter dire che inizio a vedere qualcosa che assomigli ad un centro città, ma ancora non c’è né all’Aquila, né nelle numerose e belle frazioni.
E ci si adatta. A vivere ancora una vita diversa perché la vivi assieme alla tua città, anch’essa diversa. Né la città né io personalmente sappiamo cosa diverremo, sappiamo che non ci lasceremo soli.
L’Aquila è viva perché noi la pensiamo, perché ci siamo, non l’abbandoniamo e lei è sempre qui. Con quei magnifici palazzi che ci hanno restituito cose che non conoscevamo, ma senza abitanti. Con le sue piazze incerottate e i negozi altrove.
Con il suo Castello e noi che ci giriamo intorno.
Divido la mia vita in vari momenti. La mia prima vita l’ho vissuta ad Avezzano, fino all’età di 18 anni. La seconda all’Aquila, fino al 6 aprile 2009 alle ore 3,32, quando la terra ha tremato. La terza è cominciata il 6 aprile 2009 ed è durata fino al 13 febbraio 2010. La quarta è iniziata il 14 febbraio 2010 quando ho violato la zona rossa. La quinta è cominciata il 30 maggio 2014 quando sono rientrata nella mia casa.
Resto a combattere per vivere la mia sesta vita: con L'Aquila ricostruita.
*docente universitaria
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