L’Archeoclub: subito il confronto sul futuro dell’ex psichiatrico

La presidente Acone: «Scelte condivise sulla destinazione L’area è patrimonio culturale materiale e immateriale»
L’AQUILA. «L’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio costituisce un patrimonio culturale materiale e immateriale, dato che non è solo uno spazio con edifici e giardini ma anche un luogo di memorie storiche da riscoprire, conservare e valorizzare.
La presenza di verde, la sua vicinanza al centro storico lo rendono prezioso per i cittadini, e le scelte di nuove funzioni per questo luogo, nel rispetto del patrimonio culturale materiale e immateriale da preservare, dovrebbero avvalersi di un’ampia riflessione della città per soluzioni che siano il più possibile condivise».
L’invito ad aprire un confronto pubblico sulla destinazione dell’ex ospedale di Collemaggio arriva da Maria Rita Acone, presidente dell’Archeoclub dell’Aquila.
Un invito che, però, rischia di arrivare tardi perché in base a decisioni prese negli ultimi anni da enti e istituzioni l’area è destinata a diventare una sorta di “spezzatino” (come già definito da più parti) in cui dentro ci sarà un po’ di tutto: dal polo con scuole dell’infanzia, elementari e medie, a sedi Asl (tra cui il Centro per l’autismo), al Conservatorio Casella, al Gssi, all’Arta, al Parco della Luna. Probabilmente nel tempo arriveranno bar e strutture ricettive. Resterà poi da risistemare e valorizzare le aree verdi (una volta fiore all’occhiello della zona) e creare una viabilità adeguata a un flusso di persone che a regime sarà di migliaia al giorno.
LA STORIA DELL’EX PSICHIATRICO
«Il 13 maggio 1978», ricorda la presidente dell’Archeoclub, «fu promulgata la legge Basaglia che rivoluzionava i princìpi del trattamento dei pazienti psichiatrici, in particolare riconoscendo anche a questi malati la libertà delle cure.
La legge comportò la chiusura dei cosiddetti manicomi che erano stati aperti in Italia in gran parte nei primi anni del Novecento. Il nostro ex manicomio di Collemaggio», sottolinea Maria Rita Acone, «si colloca perfettamente in questo discorso generale sia per l’ambientazione, sia per il progetto che risale ai primi anni del Novecento, sia per il valore che l’area e le strutture hanno avuto e hanno per la città, oggi più che mai. In base alla documentazione conservata all’Archivio di Stato dell’Aquila, si rileva che l’ospedale psichiatrico fu costruito su terreni di proprietà Castelli-Cito – estesi per circa 9 ettari utilizzati all’epoca a seminativo e vigna – e avrebbe dovuto ospitare fino a 420 folli dell’intera provincia. La pianta del progetto ci mostra poi come il manicomio aquilano fu adeguato alla concezione di cittadella con padiglioni simmetrici, presenza di strade e servizi».
«Erano presenti, ad esempio, un locale lavanderia, uno per la disinfezione, una cabina per trasformatori elettrici, una torretta per il serbatoio delle acque, la camera mortuaria. Tutti gli edifici erano funzionanti al primo gennaio 1915», aggiunge la presidente dell’Archeoclub. «La struttura dell’ospedale psichiatrico era costituita da padiglioni e la loro funzionalità era definita dalle esigenze determinate dal tipo di malati. Il tutto circondato da giardini e verde, elementi visti come terapia per la mente, concetto confermato da numerosi studi successivi anche degli ultimi anni. Le strutture architettoniche», conclude Maria Rita Acone, « furono progettate con la collaborazione di psichiatri che vedevano un elemento di cura anche nell’ambiente in cui si inserivano tali malati e quindi la necessità del verde, di giardini, di buona aria e tranquillità, e la possibilità di utilizzare per la terapia anche il lavoro; da qui la presenza di laboratori e colonie agricole».
Un patrimonio di storie e memorie che, quindi, con lo “spezzatino” di cui si parla rischia di andare perduto.
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