L’architetto Fontana critico «C’è ancora tanto da fare»

L’ex capo della struttura tecnica di missione ricorda i contrasti col Comune dell’Aquila «L’ente rivendicava una sorta di esclusività dell’azione, noi dovevamo solo dare i soldi»
L’AQUILA. L’architetto Gaetano Fontana dai primi mesi del 2010 fino al settembre 2012 è stato alla guida della struttura di missione, il braccio operativo del commissario di governo. Oggi rilegge quell’esperienza.
Qual era la funzione di quella struttura e come nacque?
«Le politiche di ricostruzione si sono misurate con due principali difficoltà: la prima legata alla dispersione dei ruoli e delle titolarità, tra i diversi soggetti istituzionali. La seconda connessa al carattere multidimensionale e alle scale fisiche e temporali che i progetti di ricostruzione implicavano, a fronte dell’inadeguatezza degli apparati tecnici e amministrativi pubblici. In un periodo in cui iniziavano a farsi evidenti i segnali internazionali di crisi economica, l’attenzione sull’utilizzo delle risorse finanziarie stanziate, la messa a punto di un sistema di tracciabilità, contenuti, regole e strumenti che garantissero l’efficacia e l’economicità della spesa per la ricostruzione, erano paletti costantemente monitorati dal ministero dell’Economia. La costituzione di una Struttura tecnica di missione unitaria, di elevata e indiscutibile professionalità, da porre in relazione con gli assetti amministrativi ordinari fu la risposta e la condizione per conseguire gli obiettivi d’interesse generale. Tra i compiti della struttura di missione vi era quello di supporto tecnico per gli atti da sottoporre all’intesa delle autorità centrali e locali coinvolte nei processi decisionali della ricostruzione. Ne discendeva l’opportunità che: a) all’atto dell’avvio della struttura si specificasse tale missione di servizio, con il coordinamento del Commissario delegato; b) tutte le Autorità coinvolte partecipassero a un Comitato dell’area terremotata che poteva operare, anche a geometria variabile, come Conferenza dei servizi. Tutto ciò ha inciso su un sistema d’interessi che non gradiva un percorso decisionale basato su scelte tecniche, trasparenti e condivise pubblicamente. Non tutto è andato come si pensava, molti hanno remato contro. Così la sua forza d’urto e la sua capacità d’incidere purtroppo si sono ridotte con il trascorrere del tempo».
Quale fu la visione della ricostruzione, e quali furono i punti qualificanti dell’opera della struttura rispetto alla rinascita della città?
«Il buon esito di un progetto di territorio – ipotesi di lavoro già sperimentata a livello nazionale nell’ambito dei programmi complessi e che si sarebbe voluto applicare in un territorio devastato da una calamità naturale – dipende dalla capacità di individuare, per ogni progetto, il suo posto e le articolazioni al contesto circostante. La strategia doveva essere estesa all’intero cratere, basata su pochi obiettivi, ad esempio, la riabilitazione delle centralità istituzionali e civili; l’urgenza del restauro dei monumenti e del patrimonio storico-culturale; la valorizzazione dei centri urbani, dei tessuti storici e delle unità di paesaggio; la ricostruzione e integrazione delle reti; la reinterpretazione dei luoghi e delle strutture della mobilità; infine, l’esigenza di evitare sprechi e malversazioni, con una gestione sobria e mirata all’essenziale delle risorse pubbliche. La Struttura ha cominciato a operare subito in questa direzione: il decreto sui piani di ricostruzione, l’individuazione delle aree a breve termine su cui intervenire, il documento sulla partecipazione dei cittadini, la rinascita del territorio danneggiato dal sisma, la definizione degli aggregati edilizi della zona rossa sui quali intervenire in maniera unitaria, sia con riferimento agli aspetti edilizi che a quelli alla scala urbana. Purtroppo, il Comune dell’Aquila, più nei vertici politici che negli uffici, la pensava diversamente. Apparve di tutta evidenza che il conflitto nasceva dalla rivendicazione, da parte del Comune, di una sorta di esclusività d’azione. Il nostro compito doveva limitarsi all’erogazione di fondi pronta cassa, senza la necessità di giustificativi o d’intese. Forse con un occhio alla successiva elezione del sindaco».
La struttura tecnica si occupava anche dei comuni cosiddetti minori? Che tipo di problematiche avevano?
«Tutti i sindaci del cratere richiesero il riconoscimento di un loro ruolo istituzionale nel sistema di governance della Ricostruzione, di essere parte attiva di quella riorganizzazione territoriale che, speravano, potesse essere più vasta di quella dei loro singoli Comuni. La partita doveva essere giocata insieme, individuando una forma associativa, un motivo di alleanza, che consentisse loro di resistere alla forza attrattiva della città capoluogo, magari invertendo il processo di spopolamento con il richiamo di nuovi residenti. Sembrava chiaro a tutti che il territorio del Cratere potesse ritornare a essere insieme spazio urbano dell’Aquila e spazio montano rurale e abitativo dei comuni circostanti. La Ricostruzione sarebbe stata l’occasione per ricostruire il futuro di questo territorio nella sua molteplicità di voci e di presenze, nessuna esclusa. Era l’occasione per caratterizzare un territorio alla ricerca di un nuovo equilibrio, dopo che il precedente era andato in frantumi. La Ricostruzione poteva rappresentare la prima sperimentazione della gestione associata di servizi e funzioni comunali anche dopo il periodo d’emergenza. Così non è stato. L’unione dei piccoli comuni si scontrò con il predominio rivendicato dal comune capoluogo che si allontanò progressivamente dal governo e dalla gestione condivisa della ricostruzione. Il ruolo e le attese dei piccoli comuni sono andati così affievolendosi».
Quali furono altre azioni di particolare interesse portate avanti dalla Stm?
«Molti comuni, escluso il capoluogo, avevano coinvolto 12 Università, l’Enea e il Cnr, come supporto all’elaborazione dei piani di ricostruzione e per l’assistenza tecnica al processo di ricostruzione. Si trattava di individuare i modi per razionalizzare questo processo creando una sorta di comunità di pratica stabile e aperta, sotto la guida d’istituzioni pubbliche. Questo modello partenariale – definito modello aquilano – postulava un’innovazione rilevante delle pratiche dell’urbanistica e della programmazione dello sviluppo. Si trattava di definire un’organizzazione per affrontare compiutamente le sfide di un’economia del rischio che oltrepassasse le fasi iniziali della prima emergenza. Maturò allora l’idea di portare il “modello aquilano” all’attenzione della Conferenza Stato, Regioni e Autonomie locali per averne un formale percorso amministrativo condiviso, ma non se ne fece niente per le troppe opposizioni che l’iniziativa aveva sollevato».
Nei quasi tre anni in cui lei è rimasto alla guida della struttura di missione che cosa ricorda con piacere e cosa, se c’è stata, invece le ha dato amarezza?
«Stm doveva essere costituita da un numero relativamente ristretto di personale di alto profilo, impegnato all’interno dei processi d’intervento, di cui avrebbe costituito l’elemento di continuità e di sintesi strategico-operativa. Fu bandito un concorso pubblico che portò all’individuazione di giovani professionisti di elevatissima professionalità, in gran parte aquilani ma non solo, che, ancora oggi sono tutti funzionari di altissimo livello che lavorano negli Uffici della ricostruzione. Le loro capacità sono cresciute nel tempo. A conclusione del mandato, anche grazie al lavoro di quei giovani funzionari le regole e i criteri per una buona Ricostruzione c’erano tutti. Erano stati fissati i massimali di costo – il limite di convenienza – per le abitazioni, anche per quelle soggette a vincolo e di particolare pregio; individuati i parametri per l’efficienza energetica; predisposto il contratto tipo per gli appalti privati e definite le regole per il finanziamento delle seconde case. Era stato elaborato lo schema di Piano di ricostruzione e definiti i criteri per il finanziamento dei diritti soggettivi. Solo per citarne alcuni. Tutto questo è rimasto come patrimonio della ricostruzione poi confluita negli Uffici speciali istituiti dal commissario delegato e confermati dalla legge Barca. L’amarezza, dovuta alle troppe incomprensioni e agli scontri con altri soggetti istituzionali e quella legata a incomprensibili vicende che mi hanno esposto sul piano personale, lasciamola in disparte, oggi l’attenzione va posta alla rinascita della città e degli altri comuni».
Lei torna ogni tanto all’Aquila. Che idea si è fatta della ricostruzione a 10 anni dal terremoto?
«Troppe poche volte sono tornato all’Aquila per poterne avere una compiuta opinione. Vi sono frammenti di vita che non danno un’immagine di città, elementi che con difficoltà interagiscono fra loro, un silenzio pesante, tanta polvere e ben altre macerie da rimuovere. Gli uffici pubblici non sono rientrati nel tessuto urbano centrale, ce n’era e ce n’è ancora bisogno, e non mi sembra che ci sia una gran voglia a farli rientrare. La gente, certo, si muove, e il movimento porta a nuovi raggruppamenti che si compongono, anche grazie a nuove funzioni – purtroppo, quasi tutte legate alla sola ristorazione – e a nuovi attori, intorno a manufatti che diventano luoghi di frequentazione, strutture vitali spesso legate a luoghi simbolici, il Castello, la Villa. Poi vi sono le frazioni, dove le villette provvisorie hanno sostituito la vera ricostruzione, per la paura del tornare a vivere in un condominio, diffuse dappertutto. Di là dalla tanta edilizia costruita e di quella ancora in corso, non è ancora possibile leggere i caratteri di un sistema insediativo né, tantomeno, quelli di una città, tutto è esploso e ci vuol tempo per ricomporlo. Però il desiderio di riconquistare un’identità urbana e di ritrovare una vita quotidiana in un contesto funzionale e ordinato è presente. È compito delle istituzioni, di là dalla mera ricostruzione di edifici, darne attuazione, a prescindere degli orientamenti ideologici, recuperando la visione e i princìpi posti a base del lavoro della struttura di missione».
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