L’assassino dell’operaio non ha un volto

23 Novembre 2020

Il 55enne D’Amico venne ucciso nella sua villetta di campagna a Barisciano. Tante piste, ma nessun nome dopo 12 mesi

BARISCIANO. Un anno fa questo luogo isolato lungo via Colle Tomo, nel comune di Barisciano, fece da macabra scenografia a un omicidio. L’unica traccia che resta di quella tragedia è un foglio attaccato a una recinzione che, in una rigida domenica d’autunno, svolazza al vento. C’è scritto: “Immobile posto sotto sequestro”.
L’OMICIDIO. Nel tardo pomeriggio di domenica 24 novembre 2019 le stradine della “terra di mezzo” che si inerpicano a sinistra della provinciale 261 che da San Gregorio porta a San Demetrio ne’ Vestini furono illuminate a intermittenza dai lampeggianti delle auto dei carabinieri e di un’ambulanza destinata a restare vuota. A portare via il corpo senza vita di Paolo D’Amico, 55 anni originario di Roma, ma da anni all’Aquila, dove lavorava all’Asm (l’azienda municipalizzata che si occupa di ambiente e raccolta dei rifiuti) dovette pensarci la ditta di pompe funebri. Da quello che si sa, era stato prima tramortito con una martellata e poi trafitto più volte con uno scalpello o con un punteruolo. Tutto al termine, si presume, di una concitata discussione con uno o più “amici”. L’assassino o gli assassini sono svaniti nel nulla, inghiottiti dal reticolo di sentieri sterrati, a poche centinaia di metri da San Gregorio, che portano ovunque e da nessuna parte.
OGGI. Un anno dopo qui, in via Colle Tomo, non è cambiato niente. Paolo D’Amico era un uomo solitario, pochi hanno potuto testimoniare di conoscerlo veramente bene. Persino i suoi familiari sapevano poco di lui. Era stato il fratello però, quella domenica pomeriggio di 12 mesi fa, ad allarmarsi per primo. Dopo averlo inutilmente cercato al telefono aveva deciso di raggiungerlo in quella casetta isolata che D’Amico si era costruito con le sue mani: la parte bassa in cemento e sopra in legno. Lo aveva trovato senza vita e orribilmente straziato. Qualche settimana prima di morire il dipendente dell’Aquilana società multiservizi aveva chiesto a una ditta di sistemare sia il piazzale che dà sul sentiero sterrato che il viale verso casa sua. Amava gli animali (cani e gatti soprattutto), “faceva” l’orto nel quale – si è ipotizzato – coltivava anche qualche pianta proibita. Integrava lo stipendio con lavoretti vari e restaurava mobili. Le notizie sulla sua vita privata finiscono qui. Le indagini hanno cercato di scavare anche nella presunta “doppia vita” di Paolo D’Amico: quella diurna, con il suo lavoro e qualche puntatina al bar, e quella notturna, che si nutriva forse di amicizie pericolose, di quelle che vagano nel sottobosco fatto di mille piccoli raggiri, strumenti potenti dell’arte di arrangiarsi. Tornare un anno dopo sul luogo del delitto è toccare con mano che nulla è cambiato: non c’è un colpevole e il pick-up di Paolo D’Amico targato CK988NA è ancora parcheggiato dove lui l’aveva lasciato il sabato sera (si presume che l’omicidio sia avvenuto nella notte tra sabato e domenica). Dentro, lato passeggero, ci sono i suoi guanti da lavoro. Sulla rete di recinzione, oltre al cartello che ricorda che l’area è sequestrata, sono impilate due buste che un ignaro postino ha depositato all’inizio del 2020 e che contengono fatture da pagare e un estratto conto. Una terza busta è volata via ed è finita in una pozzanghera di via Colle Tomo dove si autodistruggerà. La cuccia di uno dei cani è ormai in rovina, l’erbaccia secca che circonda la casa testimonia assenza e abbandono. Intorno all’abitazione si vedono una carriola, una bombola del gas, una lavatrice, un barbecue, materiali per l’edilizia, sedie ammonticchiate, un contenitore giallo per la raccolta differenziata. In giro non c’è nessuno. Da queste parti ci sono impianti di tartufaie, alcune delle quali recintate. Un cane pastore bianchissimo, posto a guardia di uno degli impianti, abbaia a più non posso al passaggio degli “intrusi”. Soprattutto di notte qui non ci si viene per caso. O si è invitati da qualcuno o, al massimo, si viene per rubare.
L’INCHIESTA. Le indagini in questo anno qualcosa hanno prodotto: l’uomo doveva conoscere il suo o i suoi assassini, una serata tra “amici” potrebbe essersi trasformata in tragedia, ma i motivi non sono chiari: un debito da onorare, uno scambio di sostanze proibite, una lite accesa da qualche bicchiere di troppo. La Procura della Repubblica dell’Aquila ha in mano un dna “sospetto” che è stato trovato e repertato sul luogo del delitto e che, si ipotizza, potrebbe appartenere all’assassino. Ma finora non è stato possibile collegarlo a una persona con un nome e un cognome. La pandemia di questi mesi non aiuta gli investigatori che però non mollano. Dalla morte di Paolo D’Amico è passato un anno. La sua vita è svanita fra le terre di mezzo in una notte in cui da quelle parti si aggiravano fantasmi. Ma c’è ancora chi sta cercando di dare un volto a quei fantasmi. La giustizia non può dimenticare nessuno.
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