L’imprenditore del biometano: «Nel Fucino solo energia pulita»

12 Settembre 2019

Intervista a uno dei soci dell’azienda, dalla centrale di Collarmele 4 milioni di metri cubi di gas l’anno «Lavoreremo scarti di aziende agricole e allevamenti, già abbiamo accordi. Pronti al dialogo»

COLLARMELE. «Se ci venisse data la possibilità di spiegare ai cittadini in che cosa consista l’impianto di biometano che vorremmo realizzare nel Fucino, sono certo che le riserve avanzate nei confronti della struttura non avrebbero ragione di esistere. È da un anno che sollecitiamo i sindaci dei comuni interessati di fissarci un incontro per illustrare il progetto alla popolazione, ma finora non ci è stato consentito». Così esordisce Claudio Peraino, imprenditore triestino e uno dei soci della Biometano Energy, la società che ha presentato il progetto per la costruzione di un impianto per la produzione di metano sul territorio di Collarmele, al confine con San Benedetto dei Marsi e Pescina.
Raggiunto telefonicamente dal Centro, l’imprenditore si dice amareggiato per «l’atteggiamento ostile manifestato dalle amministrazioni locali verso un impianto che non solo produrrà energia pulita, ma libererà il Fucino da quegli scarti agricoli che oggi, abbandonati dopo la lavorazione, marciscono sul terreno emanando un odore nauseabondo».
Dottor Peraino, come spiega tutta questa resistenza?
«In Italia, a differenza di altri Paesi europei, il biometano era sconosciuto fino allo scorso anno. L’avvio alla sua produzione è stato dato il 2 marzo 2018 da un decreto dell’allora ministro Carlo Calenda. Si tratta di una attività dunque poco conosciuta. E normale che la gente si preoccupi. Ecco perché è importante una corretta informazione sull’impianto che dovrebbe nascere. Se finora però non c’è stata non è colpa nostra».
I tecnici si siano pronunciati favorevolmente.
«Finora numerose autorità, dal Dipartimento agricoltura della Regione all’Arta, dai vigili del fuoco all’Asl, hanno espresso parere positivo. Contrari si sono stati solo i sindaci dei comuni di Collarmele, San Benedetto e Pescina. E non riusciamo a capirne i motivi».
Ma anche Confindustria L’Aquila, per bocca del suo direttore Stefano Fabrizi, ha espresso perplessità. Tra queste quella dell’approvigionamento della materia prima per alimentare l’impianto. Chi saranno i fornitori? Avete stipulato dei contratti?
«Abbiamo sottoscritto contratti, validi per 10 anni, con alcune aziende, dislocate nel raggio di 10-15 chilometri di distanza dall’impianto, che operano nel settore del confezionamento dei prodotti agricoli. Utilizzeremo gli scarti. Per alimentare l’impianto che produrrà circa 4 milioni di metano l’anno e che darà occupazione a una ventina di persone, servono 113mila quintali di scarti, il 95% sarà di derivazione agricola, come finocchi, carote, patate, ortaggi. Circa la metà di questi scarti proviene dai prodotti che le aziende agricole di altre regioni conferiscono alle industrie fucensi con le quali abbiamo stipulato il contratto. Il restante 5% dei sottoprodotti, come paglia e letame, è di derivazione zootecnica, che ci verrà fornito da alcuni allevatori della Marsica».
Nell’incontro tenutosi lunedì a Collarmele, qualcuno ha espresso il timore che l’utilizzo come fertilizzante del liquame rimasto dopo il processo di lavorazione possa essere inquinante.
«Tutt’altro. Il tigesto migliorerà la qualità dell’ambiente. Finora gli scarti di derivazione agricola vengono disseminati sui terreni agricoli e lasciati a marcire. Oltre a un olezzo insopportabile sprigionano anidride carbonica e metano. Sostanze che col processo di lavorazione spariscono. Sicché il concime utilizzato conterrà solo azoto, fosforo e potassio».
Per lo stoccaggio dei sottoprodotti siete attrezzati?
«Disponiamo di un magazzino dove possiamo accumulare scarti per 210 giorni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA