L’infermiere indagato si difende: «Costretto a uscire dal reparto»

L’accusa: omicidio colposo per aver lasciato sola la paziente, poi deceduta, in Terapia intensiva Covid Il suo legale: «Nessun interfono presente, per chiamare il medico c’era solo la porta che si è bloccata»
SULMONA. «Una struttura sanitaria che non aveva nulla a che vedere con un reparto di Terapia intensiva, realizzata in fretta e furia per affrontare l’emergenza Covid nei locali che furono sede del G8 e non di un ospedale. Una struttura che non aveva un apparato telefonico intercomunicante e con un’unica porta d’ingresso e di uscita». Non ci sta il legale di P.C., l’infermiere 44enne di Sulmona finito sotto inchiesta per omicidio colposo dopo la morte di una paziente ricoverata in Terapia intensiva Covid all’Aquila. L’avvocato Alessandro Scelli difende il suo assistito dalle accuse del sostituto procuratore Marco Maria Cellini, secondo il quale l’infermiere non avrebbe dovuto abbandonare, come da linee guida, la sorveglianza costante della paziente né avrebbe dovuto trascurare il particolare della mancata apertura della porta della stanza in cui la donna era ricoverata e dove è deceduta.
«In quella struttura non c’erano vetrate, non c’erano interfoni, l’allarme andava dato uscendo da quella porta – che poi non si è riaperta – per andare a chiamare nell’altra stanza il medico», incalza il legale, «quando ha visto che il quadro clinico della paziente si stava facendo critico, il mio assistito non poteva utilizzare altri modi se non quello di uscire da quella stanza e avvisare il medico. Nessuno poteva prevedere che la porta d’ingresso sarebbe rimasta bloccata».
Nel tornare indietro per controllare le condizioni della paziente, una donna peruviana di 65 anni ricoverata da una decina di giorni dopo aver contratto il virus, l’infermiere sulmonese, il medico e un altro collega, hanno trovato la porta bloccata. Hanno provato con calci e con pugni, ma niente da fare, fino a quando è dovuto intervenire un operaio specializzato, riuscendo finalmente nell’intento di sbloccare l’infisso. Ma nel frattempo la paziente era già deceduta.
«Quando ho visto che i parametri vitali della paziente si stavano facendo critici ho pensato solo a chiamare il medico che era in un’altra stanza», afferma lo stesso infermiere finito nei guai, «e l’unico modo per farlo era raggiungerlo nella sua stanza».
Dalle indagini sarebbero anche emerse carenze negli spazi adibiti a Terapia intensiva, che però non sarebbero state rilevate nella relazione del pm.
Dopo la comunicazione della conclusione delle indagini e l’invio dell’avviso di garanzia, l'indagato ha 20 giorni di tempo per produrre memorie difensive per convincere il sostituto procuratore ad archiviare il caso.
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