L’ultimo abbraccio a Fiore «Non doveva finire così»

13 Gennaio 2023

Folla ai funerali di Cialfi, consigliere di Montereale ucciso da uno sparo accidentale Tra la folla anche due amici cacciatori che erano con lui al momento dell’incidente

MONTEREALE. A Colle Paganica di Montereale c’è una chiesetta dalla curiosa forma a ottagono e, per arrivarci, bisogna passare davanti a una casa. L’ultimo viaggio di Fiore Cialfi nella sua Colle Paganica parte proprio da qui, davanti alla sua casa, subito dopo un cartello con i cuoricini e la scritta “ciao Papà”. La chiesa di Santa Chiara da Montefalco è piccolissima. Dentro possono entrare solo i parenti stretti, il sindaco di Montereale Massimiliano Giorgi, arrivato col gonfalone e la fascia tricolore. Con lui i colleghi di Capitignano Franco Pucci e di Pizzoli Giovannino Anastasio. E tantissimi amici, esponenti del mondo politico, tra i quali il consigliere regionale Pierpaolo Pietrucci, e sindacale. La voce di don Serafino Lo Iacono arriva però a tutti grazie a tre grossi altoparlanti. «Siamo qui per salutare l’indimenticabile fratello Fiore», la voce cade dall’alto, da dietro un muro di corone di fiori. Ci sono i cuscini delle associazioni venatorie del territorio, c’è la corona con la fascia tricolore del Comune di Montereale, c’è quella del consiglio comunale di cui Cialfi, il 64enne morto il giorno dell’Epifania con un colpo accidentale di fucile al cuore, faceva parte. In mezzo alla gente ci sono tantissimi amici che, insieme a Cialfi, condividevano la passione per l’impegno politico e quella per la caccia. Tutti raccontano esterrefatti di quella incredibile disgrazia successa a Marana. Un fucile poggiato sul cofano di una macchina, al termine di una giornata tra amici. Un colpo che parte, improvviso. Cialfi è a più di 10 metri di distanza, a 12 metri e mezzo, si dice. E si trova seminascosto dietro una colonna di cemento armato. Pochi centimetri a destra o a sinistra e il proiettile sarebbe finito chissà dove. E invece arriva proprio al centro del petto del povero Fiore. «Non se n’è neanche accorto», sussurrano gli amici. Tra la folla anche due di quei testimoni oculari della tragedia, dalla quale è scaturita un’inchiesta penale. Gli amici portano la bara a spalla nel breve tragitto da casa alla chiesa. Pietro Abrusca Salvatori, appassionato di caccia, al microfono prova a spiegare la molla che spinge tantissime persone a uscire la mattina presto con un fucile in spalla. «Lo diceva tuo padre», racconta Pietro rivolto al feretro di Fiore, «quando mi spiegava che noi non abbiamo due gambe soltanto, ma sei gambe e una coda. E ti ricordi di quanti racconti, di quante serate passate a raccontarci di quanto erano bravi i nostri cani?». Pietro racconta di quella passione che lo aveva preso da ragazzo, quando Fiore andava a prenderlo con la macchina, e da suo padre e dal padre di Fiore riceveva i primi rudimenti. «Quello che ti è successo non c’entra niente con l’arte venatoria», ricorda Pietro, «perché i nostri genitori ci dicevano di trattare le armi con attenzione usando procedure precise, un po’ come dei piloti di aerei di linea prima del decollo». «Non doveva succedere, non doveva succedere a Fiore», si dicono tra di loro le persone riunite fuori dalla chiesa.