«L’Università unico e vero investimento per lo sviluppo»

3 Aprile 2018

L’ex rettore e partigiano ricostruisce la storia dell’Ateneo aquilano

Il professor Giovanni Schippa ha 95 anni (li compirà a luglio). È nato a Perugia, ha passato l’infanzia a Passignano sul Trasimeno, poi ha vissuto a Roma e L’Aquila. È uno dei protagonisti della storia dell’Aquila del secondo Dopoguerra. Con lui rettore, l’Università dell’Aquila si è imposta come risorsa culturale, scientifica, sociale che ha rappresentato e rappresenta un elemento di forza in una città piegata dal sisma del 2009.
Il professor Giovanni Schippa continua ancora oggi a dare il suo importante contributo all’Ateneo aquilano. Partigiano combattente con il grado di sottotenente, professore emerito dell’Università dell’Aquila, laurea in Chimica, laurea honoris causa in Ingegneria Chimica, ex presidente della Fondazione Carispaq, è Medaglia d’oro del presidente della Repubblica per meriti nel campo della cultura e della scuola, Cavaliere di Gran Croce, ha avuto l’Ordine della Minerva dell’Università Gabriele D’Annunzio.
È autore di oltre cento libri e pubblicazioni scientifiche su riviste e atti di congressi nazionali e internazionali tutti dedicati alle problematiche della ricerca e della didattica universitaria.
Professor Schippa, lei ha definito l’Università il solo grande investimento, realizzato per gran parte con capitali aquilani, che nel secondo Dopoguerra ha avuto e continua ad avere successo. Ci può spiegare perché?
«L’Università dell’Aquila nacque come Libera Università finanziata in modesta misura dal ministero della Pubblica Istruzione e per la maggior parte da un Consorzio, formato dal Comune e dalla Provincia, assistito dalla Cassa di Risparmio dell’Aquila che, per obbligo di legge, doveva destinare gli utili di esercizio per finanziare iniziative capaci di favorire lo sviluppo del territorio, per opere assistenziali e altro. Fu questo Consorzio che sostenne la maggior parte delle spese necessarie per istituire, mantenere in vita e sviluppare l’Ateneo aquilano. Esso era partito con la sola facoltà di Magistero o meglio il Libero istituto di Magistero con diversi corsi di laurea. Quando io sono arrivato all’Aquila, nell’ottobre 1966, era però già presente, aveva terminato il suo secondo anno di vita – anche la Facoltà di Scienze con annesso il biennio di Ingegneria – e doveva quindi partire il successivo triennio di questa nuova facoltà per la gestione della quale era stato già nominato, dal ministero della Pubblica Istruzione, il necessario Comitato tecnico. Gli investimenti che si rendevano necessari per mettere a disposizione dell’Ateneo sia le strutture edilizie necessarie al suo funzionamento complessivo – aule, laboratori, uffici, biblioteche – sia gli stipendi per docenti, personale tecnico amministrativo, erano imponenti. Una sola considerazione: quando l’Ateneo fu statizzato la Libera Università dell’Aquila passò all’Università statale un patrimonio immobiliare costituito da: Palazzo Carli, palazzo dell’ex questura, palazzo della ex caserma dei carabinieri, Palazzo Ciavoli Coltelli, Palazzo Camponeschi, Palazzo Angelini, l’ex colonia fascista a Roio per i figli della Gente del Mare e altro. Tutte queste strutture furono nella maggior parte dei casi acquisite, ristrutturate e messe a disposizione della Libera Università mediante complesse operazioni finanziarie, spesso condotte sulla lama di un coltello, dai responsabili dei tre enti sopra citati e da quelli dell’Università. Dopo circa sessanta anni dalla sua fondazione, tutti considerano l’Ateneo elemento fondamentale dello sviluppo socio-economico e culturale del territorio e, oggi, fattore indispensabile per la ricostruzione e la rinascita della nostra città e della nostra provincia dopo i gravissimi danni subiti a causa del sisma che l’ha recentemente colpita e nessuno può mettere in dubbio che i sacrifici sopportati allora dal Comune e dalla Provincia dell’Aquila non abbiano dato risultati positivi.
Uno dei protagonisti assoluti della nascita dell’Università è stato Vincenzo Rivera. Che ricordo ha di lui?
«Ero arrivato all’Aquila nell’ottobre 1966 come professore incaricato di Tecnologie dei materiali e Chimica applicata, materia fondamentale del terzo anno del corso di laurea in Ingegneria civile, mentre ero in attesa degli esiti del concorso per la nomina a professore ordinario nella stessa disciplina. Poco prima delle feste di Natale fui invitato nella residenza romana del professor Vincenzo Rivera, parlamentare, nobile aquilano, accademico, docente presso la facoltà di Scienze della Sapienza e Rettore e fondatore dell’Ateneo dell’Aquila. I membri romani del Comitato tecnico che gestiva la nascente Facoltà lo avevano informato sulla mia persona e lo scambio di idee che ebbi con lui evidenziò subito un carattere duro ma da manager di alto livello che mi colpì per l’entusiasmo con il quale stava portando avanti il suo progetto malgrado gli ostacoli, non solo finanziari, che doveva superare sia in campo nazionale che locale. Era un vero garibaldino e sapeva trasmettere ai suoi più stretti collaboratori la voglia di combattere e vincere. Convinto, gli garantii subito la mia collaborazione. Tutte le strutture, che andava man mano realizzando superando enormi difficoltà finanziarie, avevano carattere tipicamente accademico perché i docenti – i migliori che il mercato metteva a disposizione – venivano assunti contemporaneamente all’avvio della realizzazione delle strutture di Ricerca, fondamentali queste, per lo svolgimento delle funzioni di un docente universitario. E così che è nato, si è sviluppato e ha avuto subito notevole positiva risonanza nel mondo, l’Ateneo aquilano. Non sempre questo è avvenuto in casi analoghi».
Lei è stato prima Preside di Ingegneria e poi Rettore dal 1981 al 1994. Che anni furono quelli per l’Università?
«Mi permetta di tenere distinto il periodo di presidenza della libera facoltà di Ingegneria – 1971-1981 – da quello del Rettorato, perché il primo fu un periodo esaltante per la crescita della Facoltà e di tutto l’Ateneo. Malgrado le enormi difficoltà determinate dalla scarsa liquidità a disposizione, che spesso ritardava il pagamento degli stipendi a tutti i dipendenti, furono aperti nuovi Corsi di laurea – Ingegneria chimica, Ingegneria elettrica ed elettronica, Ingegneria meccanica – e incrementati i rapporti con le più importanti realtà produttive regionali e nazionali. Approfittando dello status di Libera Università fu possibile la realizzazione di Corsi di lezione e di indirizzi di Corsi di laurea che non esistevano nelle Università statali; gli incarichi di insegnamento venivano affidati non solo ad accademici ma anche ad illustri personaggi provenienti dal mondo produttivo o da facoltà diverse da quelle di ingegneria. In sintesi furono avviati Corsi di laurea innovativi – ad esempio Ingegneria del territorio – che furono accolti con favore dal mercato del lavoro. Gli stretti cordiali rapporti tra la Facoltà e il Rettore, professor Giuliano Sorani, che aveva creato il Centro di calcolo, acquisito nuovi edifici – Palazzo Camponeschi e altri – stretto rapporti con importanti Università americane, favorirono d’altra parte, sia l’avvio dell’informatizzazione dell’Ateneo che la sua dipartimentalizzazione. Con lui si cominciò a parlare di Erasmus e si aprì il dibattito per avviare lo scambio di studenti tra le Università europee. Nel 1980 si tenne, dopo due anni di preparazione, la Conferenza della Facoltà di Ingegneria. La Conferenza ebbe molta risonanza perché si svolse dopo l’approvazione della Legge 28 di riordino della “docenza universitaria” che metteva in discussione la sopravvivenza delle Libere Università. Nel 1980 fui eletto Rettore della Libera Università dell’Aquila. Iniziò un’intensa attività che nel 1982 portò all’emanazione della legge 580 che statizzava tutte le strutture universitarie abruzzesi – localizzate all’Aquila, Pescara, Chieti e Teramo – comprese quelle del Libero istituto di Medicina che era stato fondato all’Aquila nel 1968 dal professor Paride Stefanini e finanziato dallo stesso Consorzio che sosteneva la Libera Università. Il Libero Istituto imponeva un programma di studio contenente discipline obbligatorie come inglese, matematica, statistica e altro».
Quale fu il segreto del successo dell’operazione che portò alla statizzazione?
«Ci fu una stretta collaborazione tra i parlamentari coinvolti e le Università abruzzesi. Furono superati tutti gli ostacoli politico-economici di origine nazionale e regionale che avevano impedito l’approvazione dei numerosi progetti di legge che erano stati presentati in parlamento. Non appena uscita la Legge 580 mi dimisi dalla carica di Rettore della Libera Università e fui rieletto, subito dopo, Rettore dell’Università statale dell’Aquila. Dal 1982 iniziò la nuova gestione dell’Ateneo statale che imponeva nuove regole sia per la parte amministrativa che per quella didattica-scientifica. Il ministero della Pubblica Istruzione aveva inviato all’Aquila, per avviare correttamente e rapidamente la statalizzazione, un esperto direttore amministrativo che dopo circa un anno lasciò le redini alla dottoressa Laura Paoni già direttore dell’Università Libera che, mi si permetta questa eccezione, si dimostrò validissima colonna portante del nuovo Ateneo il quale, peraltro, era stato fondato dal professor Rivera e dal professor Stefanini, su solide basi accademiche. Tutto l’eccezionale bagaglio organizzativo e culturale fu mantenuto e trasferito nella nuova struttura che divenne così in breve tempo la prima Università italiana ad essere totalmente dipartimentalizzata, la prima, in Italia, ad approvare una Convenzione con la Asl per l’utilizzo delle strutture ospedaliere da parte dei docenti della Facoltà di Medicina, la prima ad attuare lo scambio degli studenti con le Università europee e non solo. Tutto ciò facilitò di molto l’acquisizione di ingenti finanziamenti necessari per il potenziamento delle strutture didattiche e scientifiche. Furono così istituite nuove Facoltà – Facoltà di economia, la Facoltà di Magistero fu trasformata in Facoltà di Lettere con annesso il Corso di Laurea in Pedagogia, la Facoltà di Scienze Motorie – e nuovi Corsi di Laurea nelle altre Facoltà tutti rapidamente coperti con professori ordinari o associati alcuni dei quali cresciuti nella nostra Università. Le programmazioni quadriennali, previste per la prima volta nella legge 580 elaborate dal nostro Ateneo, avevano come obiettivo un Ateneo con carattere prevalentemente scientifico con la presenza di dieci-quindicimila studenti. Non spetta a me giudicare se tale obiettivo sia stato raggiunto o meno. A me preme sottolineare che tutti i successi ottenuti sono stati frutto di una partecipazione entusiasta e corale di tutte le componenti dell’Ateneo aquilano».
Il suo è un curriculum dal quale si evince, fra l’altro, che lei si è occupato molto di ricerche nel settore dei materiali da costruzione e del loro comportamento in opera. A livello scientifico c’è da decenni attenzione alla sicurezza degli edifici ma forse, almeno all’Aquila, solo dopo il 2009 il tema è diventato urgente per i cittadini. Si poteva fare qualcosa anche prima?
«Non c’è dubbio che si poteva far di più, ma credo di poter affermare che la nostra Facoltà di Ingegneria abbia le carte in regola sia dal punto di vista della didattica che da quello della ricerca. Per nostra fortuna i primi docenti chiamati dal Comitato tecnico – sensibile alle esigenze del territorio – a coprire i Corsi delle discipline più legate alla sicurezza degli edifici impostarono parte delle loro lezioni e avviarono le loro ricerche proprio sulla progettazione degli edifici e delle infrastrutture nelle aree ad alto rischio sismico. I loro allievi utilizzarono al meglio i loro insegnamenti potenziando le strutture didattiche e di ricerca nel settore della Ingegneria sismica. I risultati delle loro ricerche fanno parte di relazioni scientifiche presentate in Convegni di rilevanza nazionale e internazionale, in qualche caso portate direttamente a conoscenza degli Enti che avrebbero dovuto utilizzarle. Altri importanti contributi sono stati forniti dai nostri ricercatori nel campo della diagnosi, con sistemi non distruttivi, sullo stato degli edifici dopo eventi sismici. Inoltre, essi hanno messo a punto tecniche di diagnosi basate sulla Olografia laser per verificare lo stato di conservazione di manufatti antichi, di dipinti di alto valore storico ed artistico. Non trascurabile è stato anche il contributo dato nel settore del recupero e del ripristino delle proprietà meccaniche, e non solo, del nostro prezioso patrimonio culturale. È stato messo a punto un processo per la produzione di nanomateriali in particolare nanocalce e si stanno sperimentando le eventuali applicazioni. Un solo esempio ma emblematico: nel gruppo di lavoro che ha redatto il progetto di miglioramento sismico della Basilica di Collemaggio, gravemente danneggiata dal terremoto era presente la nostra Facoltà. Basta fare un giro fra i numerosi cantieri che stanno ricostruendo L’Aquila o verificare la composizione degli organismi che la stanno gestendo per valutare quali ricadute hanno avuto i fatti sopra esposti: la ricostruzione nella maggior parte degli edifici e delle infrastrutture risulta essere progettata e gestita da ingegneri laureati nella Università dell’Aquila. Essi devono affrontare e superare tutti i giorni difficoltà di ogni tipo utilizzando le tecnologie più avanzate. Giustamente l’attuale Rettrice dell’Ateneo sta utilizzando i cantieri, mediante accordi con le imprese, come veri e propri laboratori, annessi alla Facoltà di Ingegneria, per la formazione dei neo-ingegneri. Gli allievi che li frequentano hanno così la fortuna di venire a contatto con le più avanzate tecniche di progettazione e con le più moderne tecnologie di ricostruzione di una città colpita da disastri naturali».
Lei è un attento osservatore della realtà. Che futuro ipotizza per la città? Su cosa puntare per dare una possibilità a chi vuole restare?
«Mi conceda la libertà di non rispondere a questa domanda perché il sottoscritto elaborò, insieme a un gruppo di valentissimi colleghi, alcuni dei quali erano già in contatto con altri gruppi di lavoro, come quello dell’Università di Groningen, un progetto di ricerca finanziato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. La nostra proposta aveva come obiettivo quello di ottimizzare la localizzazione di attività capaci di creare reddito nell’area del cratere. La proposta fu approvata dal Senato accademico e da tutte le Commissioni di controllo dell’Ateneo ed apprezzata positivamente dalla Struttura tecnica di missione presieduta dall’architetto Gaetano Fontana. Gli obiettivi della nostra ricerca e i risultati ottenuti dalle ricerche di altri gruppi di lavoro, come quello dell’Università di Ancona finanziato dal ministero della Coesione territoriale, erano obiettivamente contrari alla “filosofia”, peraltro non sostenuta da analisi scientifiche, che prevedeva una ricostruzione dell’Aquila “dov’era com’era” che ha invece prevalso. Auguro sinceramente pieno successo al processo di ricostruzione in corso».
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