La battaglia proseguirà in appello

3 Novembre 2022

I difensori: «Un’ingiustizia». Il legale di parte civile: «Individuato il colpevole»

L’AQUILA. La sentenza che ha condannato a 15 anni di carcere Gianmarco Paolucci non ha soddisfatto né l’accusa né la difesa. Ed è quasi certo che, una volta lette le motivazioni (che saranno rese note entro 90 giorni), sia la Procura sia i legali dell’imputato presenteranno ricorso in Corte d’Appello. Il pubblico ministero Simonetta Ciccarelli ha lasciato in fretta l’aula subito dopo la lettura del dispositivo non dando ai giornalisti nemmeno il tempo di avvicinare i microfoni per una dichiarazione. Il legale della parte civile Francesco Valentini è sembrato relativamente soddisfatto: «Ai parenti della vittima interessava che fosse individuato il colpevole al di là della quantificazione della condanna». Scatenata, come nel suo carattere (che si era già visto in una precedente udienza) l’avvocato Licia Sardo che ha detto di essere molto arrabbiata (in realtà ha usato un termine molto meno elegante). Ha parlato di indagini fatte male e di una condanna ingiusta. Quando le è stato fatto notare che, però, 15 anni non sono certo l’ergastolo ha risposto al cronista: «Ma cosa dice? Se lei fosse innocente sarebbe contento di una condanna a 15 anni? Non ci sono subordini in questo processo: andava assolto e basta». L’avvocato Sardo ha poi chiosato: «Si è voluto dare un colpo al cerchio e uno alla botte» e non si è detta molto fiduciosa anche sul futuro esito dell’appello. «Peccato che lo faremo all’Aquila, l’appello», ha voluto sottolineare in maniera un po’ sibillina. Meno irruento il commento dell’avvocato Mauro Ceci, che è entrato nel merito della sentenza anche se, ha detto, solo con le motivazioni il quadro sarà più chiaro. Per Ceci, ad esempio, l’accusa «non è riuscita a dimostrare il movente». L’esclusione dei “futili motivi” potrebbe significare che il movente della droga (indicato dal pm) forse non ha retto all’esame della Corte d’Assise. Ceci non si è voluto troppo sbilanciare, ma la decisione di ieri, secondo la difesa, potrebbe aprire dei “buchi” nella ricostruzione della Procura, cosa che, in secondo grado, potrebbe portare alla cancellazione della condanna. Era stato proprio il legale di Paolucci che nell’arringa aveva seminato molti dubbi su come si sarebbero svolti i fatti. Uno è relativo «al non aver percorso ipotesi alternative», nel senso che ci potevano essere elementi che avrebbero potuto coinvolgere persone diverse da Paolucci. Un altro sul fatto che «è stato esaminato solo il pantalone della vittima (dove è stata trovata la traccia utile per isolare il Dna di Paolucci) e non il giubbotto visto che l’assassino per spostare il corpo avrebbe afferrato D’Amico – già morto o morente – prima sotto le ascelle e solo dopo alle caviglie». Ceci ha ribadito, quindi, che vanno lette con attenzione le motivazioni anche se, a una prima disamina, «c’è il riconoscimento che le indagini non hanno avuto il pieno supporto probatorio». In aula c’erano la madre (che ha seguito tutte le udienze) e il fratello dell’imputato che hanno preferito non fare commenti alla sentenza. (g.p.)