La campagna costò 74.800 vittime

21 Giugno 2015

COCULLO. «Non piangere, mia cara Dora, cercherò di tornare sano e salvo e vittorioso, contento di aver servito la nostra Patria». Così scrive il 10 settembre 1942 il bersagliere Tullio Sbordoni alla...

COCULLO. «Non piangere, mia cara Dora, cercherò di tornare sano e salvo e vittorioso, contento di aver servito la nostra Patria». Così scrive il 10 settembre 1942 il bersagliere Tullio Sbordoni alla moglie, appena apprende della partenza per il fronte russo, fissata per l’indomani mattina. Dalla Russia purtroppo Tullio non tornerà più. La moglie e i figli ne riceveranno i pochi resti dopo 60 anni.

Tullio Sbordoni, classe 1911, originario di Pettorano sul Gizio, aveva fatto il servizio di leva nei bersaglieri, specializzandosi in balistica. Congedato, si era sposato con Odorinda Palombo (detta Dora), di Cocullo, da cui aveva avuto due figli, Sergio ed Ezio. Assunto dalle Ferrovie, era stato assegnato alla stazione di Tagliacozzo, dove si era trasferito con la famiglia. Allo scoppio della II guerra mondiale era stato richiamato in servizio per tenere dei corsi di balistica. Dopo tre mesi trascorsi a Roma, fu mandato a Bologna, dove era di stanza il 30esimo Reggimento bersaglieri, che confluirà poi nella Divisione Celere dell’Armir. Alla stazione di Cocullo gli fu permesso di scendere dal treno e abbracciare per l’ultima volta la moglie e i due figlioletti, Sergio, 5 anni, ed Ezio, di appena 9 mesi. Nei tre mesi successivi alla partenza, Tullio ha scritto quasi tutti i giorni alla famiglia. Come dimostrano le 60 e passa tra lettere, cartoline e biglietti. Che ora lo studioso Nino Chiocchio, autore di un interessante volume sui serpari di Cocullo, ha raccolto e pubblicato. Dalle lettere emerge la figura di un uomo innamoratissimo della moglie e di un padre tenero e affettuoso. Anche se non lo dice espressamente, per non incorrere nella censura, tra le righe si capisce che le iniziali certezze sull’esito della guerra («tornerò vittorioso»), presto, in Tullio vengono meno. Si rende conto di essere stato mandato, insieme ai suoi compagni, allo sbaraglio. Già alla fine di settembre chiede alla moglie di fargli un pacco con indumenti di lana, sigarette, sapone, lamette da barba e qualcosa da mangiare. Pacco che sollecita continuamente e che purtroppo non arriverà mai. E non per colpa di Dora. Il 18 ottobre scrive alla moglie. «Mio grande amore, mi trovo a 5mila chilometri da te e forse senza mai più rivederti. E allora mi si chiude la gola e le lacrime mi bagnano il viso». A regalargli un momento di grande felicità sarà la foto del piccolo Ezio, che gli verrà recapitata il 15 novembre. Prega allora la moglie di mandargli anche una foto sua e di Sergio: «Se è destino che io muoia, non ho nemmeno l’onore di potervi vedere in fotografia. Mi trovo in guerra e proprio in prima linea. E non si sa mai quello che può succedere».

Tullio raramente fa riferimento alle operazioni militari. Solo nella lettera del 20 ottobre, nell’commiatarsi dalla moglie, scrive: «E ora all’attacco ci vado col nome tuo sulla bocca». E in quella scritta nella notte tra il 25 e 26 novembre accenna all’inferno del Don: «Cara, notte calma, questa notte. Solo qualche raffica di mitraglia si ode sulle sponde del colossale Don. Le acque si dondolano, ma spesso vengono interrotte dal pauroso rombo di qualche bomba di cannone o di mortaio. Io, da appena 10 minuti, ho lasciato il posto di vedetta ed ora mi trovo dentro al mio fortino, con una stufetta a legna sempre accesa. Siamo in mezzo a un bosco sterminato: di legna ne abbiamo abbastanza e senza pagare. Ho consumato il rancio e bevuto acqua fatta con la neve. Tra 4 ore dovrò montare di nuovo di vedetta».

Nelle ultime lettere, Tullio ha come il presentimento della tragica fine. E augura a tutti buone feste. La corrispondenza si interrompe il 10 dicembre con due cartoline inviate una alla suocera Agata Palomba e l’altra ai due figlioletti, per augurare loro buon Natale. Forse avrebbe voluto scrivere anche alla moglie, ma non ne ebbe il tempo.

Da quel momento per la famiglia di Tullio inizia il lungo calvario. La moglie, per avere notizie del marito, si rivolse persino al Vaticano e alla Croce rossa. Ma senza esito. Solo nel 1952, come racconta il figlio Sergio in un libro, ha appreso la verità sulla morte del coniuge. Il cappellano della compagnia, cui apparteneva Tullio, svelò alla donna che al marito, gravemente ferito in combattimento, era stata amputata una gamba. Avrebbe dovuto essere trasportato nelle retrovie. Ma ci fu un assalto dei russi e l’intero contingente italiano, di stanza a Novorossijsk, venne sterminato. I morti, circa 600, furono gettati in una fossa comune.

La donna, che aveva 29 anni e poteva rifarsi una nuova vita, decise di dedicarsi interamente ai figli. Li ha fatti studiare e diventeranno due importanti funzionari: Ezio, che risiede a Montesilvano, della polizia; Sergio, che abita a Castel Sant’Angelo, dell’Ue. Nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, durante la visita di Gorbaciov alla Comunità europea, a Bruxelles, Sergio, in qualità di responsabile della sicurezza, lo avvicinò, dicendogli che «metà del suo cuore era in Russia». La domanda di Gorbaciov fu: «Una donna?». E Sergio: «No, mio padre è morto in quella terra e non ne abbiamo avuto più notizia».

Grazie all’interessamento di Gorbaciov, i resti di Tullio (parte dei cranio, una piastrina ammaccata con il nome e il numero di matricola, tre bottoni), insieme a quelli di altri 8 militari abruzzesi, furono rimpatriati nel 2000. La cerimonia per Tullio, al quale fu conferita la Croce di guerra, si tenne a Cocullo, il 30 aprile. La moglie Dora, inginocchiandosi davanti ai resti del marito, disse: «Tullio, ti ho aspettato per tutta la vita. Ora saremo insieme per l’eternità». Morirà sette mesi dopo.

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