La famiglia di Carli: Marco non si è ucciso colpo accidentale

L’avvocato Mascitti: il giovane aveva progetti per il futuro e una famiglia alle spalle sempre pronta a sostenerlo
AVEZZANO. Con riferimento alla morte di Marco Carli, ucciso da un colpo di pistola alla testa, interviene l’avvocato Annarita Mascitti in qualità di amica e di legale della famiglia. «Sono costretta a segnalare come, attraverso una ricostruzione dei fatti superficiale e frettolosa che attribuisce a Marco la paternità e la responsabilità di un gesto volontario, la carta stampata e le testate online abbiano gravemente leso l'immagine e offeso la memoria di un giovane trentenne, morto in circostanze drammatiche che meritavano un'attenzione rispettosa e misurata. Preme far presente il punto di vista e il biasimo della famiglia, già molto provata a causa del tragico evento, ed ulteriormente avvilita per il rumore sollevato sulla tragica vicenda dai giornali tradizionali e dalle testate online, che hanno trasformato una tragica fatalità in un gesto volontario provocato da una presunta debolezza d'animo di un giovane trentenne e dalla crisi economica contingente, disonorando la memoria di un ragazzo allegro e pieno di voglia di vivere e del quale (chi lo ha conosciuto bene come me lo sa) arrivava prima il sorriso della parola.
Solo le indagini ancora in corso potranno dare una risposta più precisa, ma ogni elemento relativo a quella tragica notte induce a pensare che si sia trattato di un tremendo incidente, di una tragica fatalità che ha lasciato senza padre un bambino di due anni. E proprio a quel bambino i cronisti non hanno pensato affatto quando con tanta leggerezza e superficialità hanno attribuito senza alcun dubbio e senza alcuna prova a Marco la responsabilità e la volontà di un gesto gravissimo quale il suicidio per presunte difficoltà lavorative o per debiti verso Equitalia.
Marco Carli non aveva perso il lavoro, aveva una bella casa, una bella famiglia alle spalle sempre pronta a sostenerlo in ogni senso, molti amici, era titolare di una partita Iva attiva ed aveva progetti per il futuro. Mai avrebbe potuto volontariamente togliersi la vita, per nessun motivo e soprattutto per presunte situazioni debitorie, all'interno poi della propria abitazione alla presenza della moglie e del figlioletto.
La sera dell'incidente era una sera come tante, trascorsa a cena con la famiglia e terminata a casa degli zii a ridere e scherzare. Un rientro a casa verso le 23, la chiusura della porta a più mandate come di consueto, la doccia serale prima di andare a letto e l'abbigliamento per dormire.
Abitando in una zona isolata di Avezzano, sulla strada Panoramica e poco illuminata, Marco aveva il timore dei ladri, aveva una pistola legalmente detenuta e quella sera, come talvolta accadeva, ha preso l'arma probabilmente per pulirla o magari per posizionarla in un cassetto del comodino finché, forse per imprudenza, per un errore nella manovra, è partito accidentalmente il colpo che l'ha ucciso.
Questi i fatti, indiscutibili. Da questi fatti i giornali hanno ricavato la volontà di Marco di togliersi la vita, dipingendolo come un debole incapace di affrontare le difficoltà quotidiane, pronto ad abbandonare un figlio di appena due anni e costringere l'amata moglie a vivere e vedere con i suoi occhi una scena che mai potrà dimenticare.
Il cronista deve diffondere le notizie, può interpretarle e commentarle, la cronaca può essere il frutto di una personale elaborazione, ma con un limite: il rispetto della verità. La notizia deve essere vera e raccontata con diligenza e correttezza, e soprattutto deve essere il risultato di un serio lavoro di ricerca. Nulla di tutto ciò è accaduto con riferimento alla morte di Marco, qualificata semplicisticamente dalla stampa "suicidio" a poche ore dal fatto senza alcuna verifica e senza alcuno scrupolo, neppure di coscienza.
La famiglia chiede che i giornali rettifichino le notizie rese, almeno nel rispetto di un bambino che un giorno vorrà sapere come è morto il padre e che ha il diritto di non vedere turbato il suo ricordo ed influenzato il suo futuro a causa della leggerezza e della faciloneria di chi ha scritto per fare sensazione».
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