La figlia: «Papà era un uomo buono»

22 Febbraio 2018

L’AQUILA. Fra le carte che Antonio Marcocci ha conservato gelosamente per decenni c'è ancora il progetto del 1971 per la realizzazione del sacrario alle vittime della strage nazista di Filetto....

L’AQUILA. Fra le carte che Antonio Marcocci ha conservato gelosamente per decenni c'è ancora il progetto del 1971 per la realizzazione del sacrario alle vittime della strage nazista di Filetto. Gabriella Marcocci, una delle due figlie di Antonio, lo conserverà come una reliquia. «Quel sacrario», racconta Gabriella, «fu voluto fortemente da mio padre e dal parroco di allora don Demetrio Gianfrancesco. Insieme al progetto c'è anche una lettera firmata da papà e dal sacerdote con la quale si chiedeva alla Cassa di risparmio un contributo di un milione di lire a copertura delle spese ancora da pagare al muratore e ai fornitori. Il monumento costò circa tre milioni dell'epoca». «Mio padre», aggiunge, «era un uomo buono, onesto, trasparente. Si faceva in quattro per aiutare chi aveva bisogno, ma non chiedeva mai nulla per sè e per la sua famiglia». Antonio Marcocci dopo aver perso il padre ucciso dai tedeschi ebbe anche il dolore, negli anni successivi, di vedere morire uno dei due fratelli che si era ammalato forse per denutrizione. «È vero che aveva perdonato il capitano Defregger, poi diventato vescovo», dice oggi la figlia, «e lo fece sia in quanto profondamente credente ma anche perché, raccontava, l'ufficiale tentò in tutti i modi di evitare l'eccidio tanto che furono inviati a Filetto altri militari per verificare che gli ordini fossero stati eseguiti e per dar fuoco sia alle vittime, sia alle case del paese. Papà aveva un ricordo vivo di quei fatti. Ci raccontava che suo padre Domenico, all'arrivo dei tedeschi per la rappresaglia, nascose lui e i suoi 2 fratelli in un angolo del cimitero».(g.p.)
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