La figlia sbaglia? «È lecito ingiuriarla»

10 Novembre 2018

Il giudice assolve un padre da maltrattamenti: nessuna mortificazione, ma solo la pretesa del rispetto di regole di vita

L’AQUILA. Un padre non è responsabile di maltrattamenti in famiglia se usa toni aspri e al limite offensivi, per imporre giuste regole di vita alla figlia.
Questo concetto lo contempla una sentenza del gup che ha assolto, tramite rito abbreviato, un professionista di 57 anni, aquilano, che ha avuto reazioni forse scomposte, ma giustificate da una situazione familiare complessa su più fronti ma non certo per colpa sua.
Una sentenza che ha disatteso la richiesta di condanna chiesta dal pm Guido Cocco di un anno e mezzo di reclusione. Va subito detto che, secondo quanto scrive il giudice Guendalina Buccella, l’imputato si è trovato a fronteggiare situazioni non facili in famiglia: debiti da parte della moglie per ludopatia e, addirittura, la figlia che abbandona un buon lavoro procuratogli da lui per poi non fare nulla.
«Quelli che la persona offesa reputa insulti, come “incapaci, nullafacenti, parassiti”, probabilmente pronunciati dall’imputato in occasione di frequenti rimproveri che era costretto a muovere ai suoi familiari quando tornava all’Aquila nei fine settimana (lavora fuori città)», si legge nella motivazione, «sono non già manifestazioni di una volontà maltrattante, ma traggono origine dalla situazione familiare contingente, evidentemente anomala. Del pari, quando l’uomo rientra nei week end nella casa familiare e trova i piatti sporchi dell’intera settimana sparsi in cucina (fatto anomalo sempre, ma soprattutto quando i tre membri della famiglia rimasti in casa, sono adulti e non lavorano), la sua condotta, anche ingiuriosa, appare fisiologica reazione alle errate condotte».
«La Suprema Corte», si legge nella motivazione, «ha chiarito come la conflittualità di natura generazionale, tra padre e figlio, e le scomposte reazioni del primo verso il secondo, non sono tasselli di un’abituale condotta di sopraffazione del soggetto attivo, con mortificazione di quello passivo, ma sono espressioni di un modo diverso di concepire le regole di vita e pretenderne il rispetto», ovvero una sorta di esercizio improprio di jus corrigendi. Il padre, tra l’altro, non fa certo mancare il sostegno economico e morale alla famiglia. «Questo principio», dice ancora il giudice, «vale, a fortiori, nel caso concreto in cui non si tratta di mera conflittualità generazionale, ma di reazioni quasi fisiologiche a fronte di condotte anomale della persona offesa e degli altri familiari». L’imputato è stato assistito dall’avvocato Maria Teresa Di Rocco.
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