La fulminea carriera di don Piccoli negli anni bui della Curia aquilana

Fu ordinato negli anni Novanta dall’allora arcivescovo Peressin, a lungo cerimoniere della diocesi L’ultimo incarico prima del trasferimento è stato di responsabile delle reliquie dei santi patroni
L’AQUILA. L’ultimo incarico è stato quello di responsabile della lipsanoteca della diocesi. Si tratta della teca in cui si conservano le sacre reliquie dei santi patroni (e non solo). Ma la carriera nella Curia aquilana di don Paolo Piccoli, il sacerdote di Verona su cui oggi pesa l’accusa di avere ucciso un anziano sacerdote a Trieste, fu di quelle fulminanti. Il suo arrivo all’Aquila fu voluto agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso dall’allora arcivescovo Mario Peressin (alla guida della diocesi dal 1983 al 1998 quando fu sostituito da monsignor Giuseppe Molinari). Quegli anni vengono ancora ricordati in città come gli anni bui della diocesi dell’Aquila. Tutto partì nel marzo del 1992 quando un gruppo di sacerdoti scrisse una lettera che fu inviata in Vaticano in cui l’arcivescovo veniva accusato di essere morbosamente legato al denaro. Quella lettera, pubblicata dal Centro, fece il giro del mondo e da lì partì una vera e propria “saga” che per anni si nutrì di pettegolezzi, di sussurri, di uova marce tirate contro l’arcivescovo durante il corteo della Perdonanza perché Peressin pare avesse chiesto un sostanzioso contributo al Comune per “sfilare” , di favolose ricchezze, di palazzi comprati a Roma e di altre amenità sulle quali si potrebbe scrivere un libro. Ma ciò che cambiò nel profondo il volto alla diocesi aquilana non furono tanto i piccoli o grandi scandali di cui parlarono i giornali, ma l’ossessione di Peressin per le vocazioni. I preti erano sempre di meno e l’allora arcivescovo pur di rinforzare i ranghi e dimostrare a Roma che la sua diocesi era all’avanguardia nelle nuove ordinazioni convogliò all’Aquila tanti giovani seminaristi che non avevano avuto “fortuna” con altri vescovi. All’Aquila arrivarono “I figli di Maria” e furono ordinati sacerdoti giovani che erano stati sotto tutela, a Roma, di un monsignore molto chiacchierato, don Piero Vergari il quale fece seppellire nella chiesa di cui era parroco uno dei componenti della banda della Magliana. Don Paolo ebbe subito incarichi di rilievo: canonico, parroco di Pizzoli e soprattutto cerimoniere. Era lui che assisteva Peressin (e per un anno lo fece anche con Molinari) nelle celebrazioni più importanti dell’anno liturgico. Le sue vesti sempre sfolgoranti, la sua parlantina fluente, la capacità di fare battute – anche salaci – a raffica, la sua figura imponente lo resero subito un protagonista della Chiesa aquilana e non mancarono amici e nemici. In tanti all’Aquila lo ricordano come amante del lusso e del bel mondo, fu infatti uno dei pochi preti ammessi al funerale di Maria Josè del Belgio, la regina di maggio.
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