La mamma di una disabile: lasciati senza assistenza

17 Novembre 2016

Il manager della Asl si difende: l’attività di riabilitazione per patologie croniche è a carico di strutture private accreditate che operano entro limiti di budget

SULMONA. È nel labirinto delle prestazioni sanitarie accreditate e nel passaggio di competenze fra pubblico e privato che si perdono i diritti dei malati che sono costretti a dover fare riabilitazione. Per loro, più di 300 e in aumento ogni anno perché soprattutto anziani o con disabilità, le porte di una struttura privata riabilitativa si aprono non prima di un anno dalla richiesta. Un’attesa lunghissima, spesso non portata a compimento a causa dei decessi, che certamente non rispetta i tempi delle cure mediche. In base ai contratti stilati fra le case di cura private e la Regione, infatti, vanno rispettati dei parametri, fissati in un determinato numero di prestazioni annue, che non può assolutamente sforare il budget preventivato. Numeri e cifre che non tengono conto dell’invecchiamento della popolazione in una zona con un tasso di natalità fra i più bassi della Penisola e che tirano una linea, una volta sforato il limite di spesa previsto, sulle teste e sulla salute dei cittadini. Come nel caso di una trentenne disabile con problemi di peso. La ragazza deve fare delle cure – legate alla sua disabilità – che necessitano di persone specializzate o comunque di un aiuto professionale. Da qui la domanda di assistenza domiciliare, che la Asl fissa al 2017. Quasi un anno di attesa, durante il quale dovrebbe essere la mamma ad occuparsi della ragazza le cui condizioni rischiano di peggiorare. La donna, trovandosi da sola e in difficoltà, si è rivolta al Tribunale per i diritti del malato. «Con una ragazza disabile che ha 30 anni e che necessita di particolari cure non si possono posticipare le terapie riabilitative di quasi un anno», fa notare la mamma, «la patologia di mia figlia così rischia di aggravarsi. In più, trovo assurdo che la struttura pubblica che stabilisce la terapia non sia poi in grado di portare a compimento ciò che prescrive, non facendo altro che mettere le varie persone in coda e allungando ulteriormente i tempi di attesa della sanità».

Da parte sua la Asl spiega che le prestazioni riabilitative per patologie non urgenti e acute competono alle strutture private e dipendono dai famosi limiti di numero e spesa che non bisogna sforare.

«Per le prestazioni urgenti, per pazienti in cure domiciliari, l’attività di riabilitazione viene erogata in pochi giorni, mentre per richieste legate a patologie croniche le prestazioni domiciliari vengono svolte non dalla Asl bensì dalle strutture private accreditate, entro determinati limiti legati al budget», precisa il manager della Asl, Rinaldo Tordera. «La Asl esamina e valuta le richieste dei pazienti che arrivano dal medico di base». Le istanze di riabilitazione domiciliare per pazienti in Adi (Assistenza domiciliare integrata), con patologie acute, vengono assicurate dalla stessa Adi nel giro di 2-3 giorni. Se invece si tratta di richieste riguardanti persone con patologie croniche non acute, che magari si sono sottoposte a precedenti cicli di terapia, la riabilitazione viene erogata non dalla Asl bensì dai centri privati accreditati del territorio. «Tali strutture private possono garantire la riabilitazione entro un numero di prestazioni, che non si può superare, fissate in funzione del budget», aggiunge Tordera. «Le lungaggini sono dunque legate al vincolo numerico di sedute di terapia che i privati accreditati possono svolgere. Le liste di attesa sono gestite da tali strutture che devono far fronte a un sensibile incremento di richieste».

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