La marcia indietro di Biondi: resto qui

5 Ottobre 2018

Dopo lo stop della Meloni, è arrivato il suo annuncio: «Un vero amministratore si misura nella trincea del Comune»

L’AQUILA. «La poltrona io già ce l’ho, non me ne servono altre. Non cedo alla tentazione del potere, come dimostra la mia storia personale. Del resto, un vero amministratore si misura nella trincea del Comune». Troppe cose ancora da fare per la città. Troppi progetti da portare a termine. Pierluigi Biondi resterà alla guida di Palazzo Fibbioni. Farà il sindaco dell’Aquila e basta, come ha scritto all’alba di ieri, in un post su Facebook «dopo una notte di riflessione», ma avrà un’influenza significativa sulla scelta del candidato presidente «su cui peserà la mano forte dell’Aquila e di tutte le aree interne».
La parola fine alla candidatura come presidente della Regione è stata messa a Roma, da Giorgia Meloni, o lei ha preferito fare un passo indietro?
«Ho parlato con la Meloni, che mi aveva chiesto la disponibilità a essere valutato, insieme agli altri alleati della coalizione, per la corsa alla presidenza della regione. Fratelli d’Italia aveva sostenuto con forza questa mia eventuale candidatura, ma ci sono ancora tanti progetti in piedi. Stiamo costruendo, su basi solide – che magari in questa fase non si vedono – una strategia di rilancio della città e tutto questo ha avuto la priorità».
Lei avrebbe lasciato volentieri la poltrona di sindaco per guidare la Regione Abruzzo?
«Nella mia carriera politica non mi sono mai candidato, se non a fare il rappresentante degli studenti e al Comune, Villa Sant’Angelo prima e L’Aquila, poi. Non mi sono mai candidato alle Regionali, alle Provinciali, al parlamento perché credo che un vero amministratore si misura sul Comune».
Quindi, una scelta per la città?
«Assolutamente. Se avessi scelto la competizione regionale, sarebbe stato solo per consentire alla città di avere un ruolo che non ha mai ottenuto negli anni. L’unico presidente aquilano della Regione, diciamo così, è stato Romeo Ricciuti, che però era originario del Chietino, non era di qui. Così come Antonio Falconio e Ottaviano Del Turco sono della provincia dell’Aquila, per modo di dire, perché sono romani».
Adesso campo libero a un candidato della costa?
«In realtà non ne faccio una questione di campanile, aree interne-costa. Il candidato presidente del centrodestra dovrà essere in grado di parlare a un unico Abruzzo. C’è la costa, che ha i suoi vantaggi dati dai numeri e ci sono le aree interne che hanno altre peculiarità, che ancora non sappiamo opportunamente sviluppare: la qualità ambientale, della vita, le bellezze architettoniche. Certo, è più complicato vivere a Calascio o a Santo Stefano piuttosto che a Francavilla, ma dobbiamo porre le condizioni per un’inversione di tendenza».
È il rilancio delle zone interne uno degli impegni che l’hanno portato a restare in sella al Comune dell’Aquila?
«Ho già chiesto in sede di comitato di indirizzo dei fondi del 4 per cento di spostare delle somme dell’assistenza tecnica sulla progettazione strategica sovracomunale proprio per individuare le misure che consentano di superare questo divario».
Quanto ha pesato il no della coalizione comunale di centrodestra sulla decisione finale?
«Alcuni volevano che restassi, in virtù dell’impegno preso con gli elettori, altri mi hanno spronato ad andare, vedendo nella mia candidatura un’opportunità per L’Aquila. Ho fatto le mie valutazioni, ne ho discusso anche a casa, con mia moglie, i parenti, gli amici più stretti. Sono state notti un po’ complicate, ma alla fine è il cuore che guida certe scelte».
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