«La memoria è la nostra grande forza»

29 Settembre 2018

La direttrice dell’archivio arcidiocesano «L’Aquila anche stavolta sta risorgendo»

Paola Poli è la responsabile dell’Archivio arcidiocesano dell'Aquila, uno dei luoghi da cui non si può prescindere se si vuole conoscere la storia secolare del capoluogo di regione.
Dottoressa Poli, qual è il suo legame con L'Aquila?
«Amo questa terra, ancor più perché non di nascita, ma di “elezione”. Mio padre, titolare di una impresa di impianti di illuminazione, la scelse per stabilirvisi con tutta la famiglia quando io avevo solo sei mesi e mio fratello 10 anni; anzi, i primi 6 anni della mia vita li ho trascorsi a Roio Poggio, in una grande casa di un piccolo centro che secondo le intenzioni di mio padre avrebbe dovuto proteggerci dai pericoli di una città ancora da scoprire, il temuto paragone era con Bologna. Dai racconti di mia madre, colta, appassionata di lirica, credo che almeno all’inizio lo sradicamento da parenti, amici e interessi di vita sia stato traumatico, ma poi il legame che si è instaurato con quella gente è stato talmente forte da superare ogni difficoltà, e non si è mai affievolito, neanche quando ci siamo poi trasferiti all’Aquila. Ho ricordi bellissimi, la libertà degli spazi aperti, il contatto con la natura, la genuina serenità delle relazioni con una chiave su tutte le porte quale invito ad entrare, la condivisione dei momenti di festa legati al lavoro della terra, come l’arrivo della trebbiatrice, e l’appuntamento con il Signore la domenica, nell’intimità di quello scrigno di spiritualità che è il Santuario di Roio».
Lei è credente, legata alla Chiesa cattolica e ai suoi valori, questo lo si deve anche alla sua famiglia?
«I miei genitori erano entrambi credenti; mio padre, poco praticante, ma devoto di Padre Pio, ci ricordava, facendoci divertire, che sull’impalcatura nel Duomo di Pisa, dove era stato per vari mesi, dopo aver sacrificato l’udito ai troppi rintocchi delle campane e assistito a tutte le funzioni, nostro Signore gli aveva consegnato il biglietto d’ingresso per il Paradiso. Mia madre, praticante, mi ha insegnato che il male ricevuto si risana solo con il perdono, con la mediazione della Fede. E lei, con la sua storia di dolore, aveva saputo perdonare. In quella porzione di territorio dell’Appennino tosco-emiliano dove era cresciuta, aveva conosciuto l’orrore della guerra, aveva pianto la morte del padre, uscito di casa per andare a caccia con il suo setter irlandese, senza più farvi ritorno, trucidato per rappresaglia dai nazisti, vegliato per sempre dalla sua fedele Villa. E poi la morte del marito di una sorella, il cui nome è scolpito sulla lapide dei martiri di Marzabotto».
Come ci si muove, da donna di fede, in un mondo che corre sempre più veloce e in cui le persone sembrano aver perso molti punti di riferimento, compresi quelli religiosi?
«Proprio perché questo mondo corre troppo in fretta, si rischia di essere risucchiati dal vortice della velocità, l’altro scompare, e non ci rendiamo conto che stiamo correndo da soli, che non riusciamo neanche più a vedere quale sia il nostro punto d’arrivo; credo sia responsabilità di ciascuno di noi contribuire a creare, secondo le proprie forze, un argine all’indifferenza, ai nostri piccoli egoismi. Credo nell’associazionismo, nella convergenza di passioni, voglia di fare per la nostra città, nel campo del sociale, della solidarietà e ho incontrato tanti compagni di viaggio e soprattutto amici, perché in questa nostra terra, talvolta un po’ diffidente, quando ci si concede, l’amicizia è per sempre. Come cattolica, ritengo che oggi i fedeli siano più che mai interpellati a difendere il rispetto dei valori fondanti della Fede, poiché nella solitudine e nel vuoto dei punti di riferimento, la ricerca della trascendenza si è trasformata in fascinazione per il magico-alchemico, il cui contagio si propaga attraverso messaggi semplici, di facile decodificazione, con rimando a un mondo parallelo di tesori nascosti e visioni di cui sfugge quale possa essere il vero significato. Si assiste purtroppo a un tentativo di svuotamento o di capovolgimento di senso dei simboli della nostra spiritualità, e l’elemento significante e rivelativo di un sacramento che passa attraverso di essi diventa un feticcio. Tra calcoli matematici e alchimie algebriche, si ignora che dopo Pitagora qualcosa è mutato con Gesù Cristo, che non è di certo un algoritmo! Nessun problema verso chiunque voglia praticare riti alternativi, per carità, ma si cerchino nuovi contenitori, e se non si è in grado di capire, o si vuole ignorare la sacralità dei nostri luoghi di culto, il senso dell’azione liturgica e di tutto ciò che vi è all’interno di essi, che almeno vengano rispettati».
Nel dopo terremoto il grande patrimonio culturale della diocesi rischiò di perire sotto le macerie. Ci racconta cosa accadde in quei giorni, che cosa è stato salvato e come è stato fatto?
«Certo, l’impresa non fu facile, a causa dei gravi danni causati alla Cattedrale e all’intero complesso dell’Arcivescovado, inoltre io non ero al meglio delle mie condizioni fisiche, essendo convalescente da un delicato intervento subìto venti giorni prima del sisma. L’allora arcivescovo, monsignor Giuseppe Molinari, si attivò immediatamente per l’individuazione di un piano di emergenza di recupero del patrimonio archivistico, ricevendo l’incondizionato sostegno del ministero per i Beni culturali, nella persona del dottor Scala, direttore generale per gli Archivi, dell’allora direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, oggi Vescovo di Fabriano, monsignor Stefano Russo, e del corpo dei vigili del fuoco, cui rivolgo ancora oggi infinita gratitudine. Si rese necessaria l’individuazione di un varco per entrare nei locali interni in quanto la mole di detriti causati dal crollo della parete interna della Cattedrale impediva l’accesso ai mezzi. A soli 10 giorni dal sisma, il 17 aprile, fu deciso un primo intervento per il materiale esposto ai rischi di ulteriori crolli, e da un furgone in piazza Duomo, di fronte alla Cattedrale, attraverso un microfono e una telecamera guidavo gli operatori all’interno dell’Archivio. Non potrò mai dimenticare la loro emozione quando, con la devozione che si deve a una reliquia, dopo aver individuato il Codice di Celestino, lo portarono all’esterno e me lo mostrarono con la commozione e l’orgoglio che solo un’azione dettata dall’amore può infondere. I successivi interventi furono effettuati dopo la messa in sicurezza delle aree più a rischio e con una gru posizionata in via San Marciano fu realizzato un elevatore lungo una parete dell’Archivio per il trasporto del materiale recuperato, portato all’esterno attraverso la finestra di un locale su quella stessa via. L’operazione fu un successo grazie alle maestranze intervenute sul campo che sulla scorta della nostra esperienza si sono poi occupate del recupero ancora più complesso dell’Archivio di Stato. Come tanti nostri concittadini, con la mia famiglia si scelse di restare nella nostra città, di vivere in tenda per poter dare il nostro piccolo contributo alla comunità; dopo la perdita dei nostri cari, sarebbe stato un oltraggio insopportabile la dispersione della nostra memoria, dell’identità della loro comunità di appartenenza ecco perché il mio impegno è stato quello di assicurare, da parte della Chiesa aquilana, la riconsegna alla città dell’Archivio, avvenuta i primi di novembre del 2009».
Qualche elemento per far capire cosa c’è e cosa si può trovare nell'Archivio diocesano?
«Il nostro arcivescovo il cardinale Giuseppe Petrocchi, nonostante le difficoltà del dopo terremoto, cerca di assicurare le migliori condizioni di fruizione degli Istituti culturali della diocesi. Nell'Archivio si possono consultare documenti sui rapporti tra Santa Sede, Chiesa aquilana e istituzioni civili. I nostri utenti sono studenti e studiosi. Ma ci sono anche tante persone per ricerche genealogiche».
La città sta rinascendo fra contraddizioni e difficoltà. Lei come vede lo stato attuale e come immagina il futuro?
«In realtà osservo e cerco di comprendere le tante contraddizioni del presente, fisiologiche, direi, per una realtà sociale che si sta ancora plasmando, che sta cercando di scendere a patti con l’emorragia demica di cui forse non si ha ancora la reale percezione, perché alcuni fenomeni necessitano di tempi lunghi che ne chiarifichino gli esiti. Sono certa che la nostra forza e la nostra fierezza ci porteranno a risorgere come già abbiamo saputo fare tante volte nel passato, tuttavia oggi più che mai ritengo che si debba superare qualunque forma di chiusura o di sospetto verso tutto ciò che può contribuire a incrementare la nostra crescita, in termini di offerta culturale, con la creazione di una rete di relazioni che esalti e valorizzi la naturale vocazione di ciascun soggetto coinvolto e l’accesso a un patrimonio – intendo anche quello paesaggistico – ancora parzialmente fruibile. Mi auguro soprattutto che il futuro dei nostri giovani, come della mia figlia e dei figli di tanti amici, non sia più segnato dall’abbandono della città che amano, un abbandono che non rappresenta di certo la fuga dalle difficoltà, ma una rassegnata resa alla mancanza di opportunità».
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