«La mia rinascita dopo 23 ore passate sotto le macerie»

5 Aprile 2015

Marta Valente, 30 anni, è ora un ingegnere gestionale «Ora sono serena e dopo la laurea ho superato il trauma»

L’AQUILA. Gli occhi profondi, il sorriso quello di sempre. Marta Valente, 30 anni, è ingegnere gestionale.

Lavora nel polo d’innovazione agro-alimentare abruzzese. Il 6 aprile 2009 era all’Aquila per studiare, come tanti coetanei che avevano scelto questa città, innamorandosene a prima vista. Dopo la terribile scossa, la terra l’ha inghiottita: Marta è rimasta 23 ore sotto le macerie, aggrappandosi disperatamente alla vita.

La sua è una rinascita, una seconda opportunità. Oggi l’accompagnano serenità interiore e consapevolezza di potercela fare. Il tutto a fronte di una situazione difficile che, all’inizio, sembrava essere senza uscita. Ma la vita va avanti e nonostante le difficoltà è possibile superare dei momenti difficilissimi.

Nonostante tutto. Marta, a sei anni dal sisma dell’Aquila, cosa è cambiato dentro e fuori di te?

«Tutto, o quasi. Il 7 aprile, quando ho rivisto la luce dopo 23 ore di buio, per me è stato come nascere una seconda volta. La scossa mi ha sorpresa nel sonno, non ho avuto neanche il tempo di rendermi conto di quanto stesse accadendo. Ho sentito solo urla disperate, poi più nulla. I soccorritori si sono accorti della mia presenza dopo otto ore e hanno iniziato a scavare. Non dimenticherò mai i loro volti, le loro mani».

Hai ancora paura?

«Ho imparato a combatterla e gestirla. Oggi sono serena. Quello che mi è accaduto è uno spartiacque profondo, che lascia un segno indelebile. Ma non ho permesso che mi condizionasse la vita».

Eppure hai trascorso cento lunghi giorni in ospedale, seguiti da una riabilitazione fisica che ti ha messo a dura prova.

«Ho lottato fino in fondo per riappropriarmi di ciò che il terremoto mi aveva tolto: è iniziato un lungo e difficile cammino, ma sono tornata a vivere, a camminare e a studiare, nonostante problemi fisici importanti. Mi sono laureata nel 2010 con lode e menzione speciale: anche questo è stato un traguardo importante per superare il trauma».

Come hai fatto a superare gli spettri legati a quella terribile notte?

«Ho seguito un corso di formazione per diventare “coach motivazionale”, una figura che aiuta gli altri a superare gli ostacoli e le resistenze. Ho imparato ad accettare e assimilare quello che mi era accaduto e che non potrà cambiare. Mi dicono che sono resiliente, cioè capace di rispondere positivamente agli stimoli negativi e ad eventi traumatici. Forse proprio questa resilienza mi ha aiutata a uscire dal tunnel».

Che legame hai con L’Aquila?

«Vivo e lavoro in Abruzzo, ma all’Aquila non torno spesso. L’ho fatto dopo il terremoto: volevo vedere il luogo del crollo, ma non ho mai tagliato il legame con questa città, dove ho continuato a studiare e dove mi sono laureata».

Il 26 marzo scorso, in Campidoglio, hai partecipato alla cerimonia del premio di laurea dedicato agli studenti morti all’Aquila, promosso dall’Associazione vittime universitarie del sisma del 6 aprile 2009. Come hai vissuto questa giornata?

«È stato un momento emozionante, ma anche l’occasione per lanciare un appello affinché venga riconosciuto agli studenti feriti e deceduti sotto le macerie lo status di morti sul lavoro. Una battaglia che continueremo a portare avanti con determinazione».

Monica Pelliccione

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