«La mia vita dedicata al canto e alla musica»

Il baritono da giovane costretto ad emigrare «Il mio primo maestro fu il parroco di Fossa»
Ricordate Rocco Granata, il giovane cantante che negli anni Cinquanta del secolo scorso seguì in Belgio il padre minatore e poi, esibendosi per i suoi connazionali, ebbe un travolgente successo con la canzone “Marina”? La storia di Clemente Franciosi, 81 anni, nato e residente a Fossa, baritono noto in tutta Italia, è per larghi tratti simile a quella dell'artista calabrese. Clemente oggi abita in un map nel nuovo villaggio di Fossa, è appena tornato a casa dopo un delicato intervento chirurgico che lo ha un po' debilitato. Parlando con lui si ripercorre un pezzo di storia dell'Italia del secondo Dopoguerra, un Paese uscito a pezzi dal conflitto ma in cui in tanti, soprattutto i giovani, provarono _ e nella gran parte dei casi ci riuscirono _ a costruirsi un futuro migliore.
Signor Franciosi che ricordi ha della sua infanzia?
«Io sono nato il 1° agosto del 1937 a Fossa in una famiglia contadina con quattro figli: io, Gabriele, Augusto e Cesira che non c'è più. Era tutto un altro mondo. Già dalle elementari, quando uscivo da scuola, non tornavo a casa ma andavo in campagna. Lì, dopo aver mangiato qualcosa, subito a sorvegliare le mucche al pascolo».
La sua passione per il canto come nasce?
«Sin da giovane tutti mi dicevano che avevo una bella voce e di questo devo dire grazie al buon Dio. Ma forse non sarebbe bastato se a Fossa non avessi incontrato don Antonio Friscioni, il parroco, che aveva una grande passione per la musica, suonava benissimo l'organo e aveva creato un coro di prim'ordine. Fu lui che all'inizio mi guidò: passai, man mano che crescevo, dalle voci bianche ai tenori secondi, poi ai primi e ai bassi. Ricordo che andavo a cantare con lui anche nelle feste dei paesi vicini dove veniva chiamato ad animare le celebrazioni religiose. Mi è rimasto impresso il giorno in cui don Antonio inaugurò il nuovo organo a canne. Aveva fatto miracoli per trovare i soldi per comprarlo. Quel giorno il predicatore che veniva da fuori Fossa, nell'omelia si scagliò contro i proprietari terrieri che sfruttavano i contadini in gran parte analfabeti. “Anche per leggere una lettera si fanno pagare con giornate di lavoro” disse. A pensarci oggi quella frase fu una svolta epocale, era il mondo che stava cambiando».
Lei a parte il canto cosa avrebbe voluto fare nella vita?
«Beh, all'inizio degli anni Cinquanta la situazione era ancora difficile, non c'era lavoro, l'unica strada era l'emigrazione. Pensi che chiesi a mio padre di avere una bicicletta _ mi piaceva andarci _ mi rispose che non aveva i soldi per comprarla. A un certo punto decisi di andar via».
Dove andò?
«Nel 1954 andai in Venezuela. Per pagare il viaggio mio padre vendette una mucca. La nave impiegò 13 giorni. In Venezuela c'era già mio zio che lavorava per ditte petrolifere. Non avevo ancora 18 anni e mio zio dovette “anticipare” la data di nascita sui documenti e così divenni maggiorenne. Grazie agli studi che avevo fatto all'Aquila ero abbastanza ferrato in impianti elettrici e quindi trovai occupazione senza problemi. Quasi non posso credere che oggi il Venezuela è un paese ridotto praticamente alla fame. Di recente ho partecipato a eventi per dare una mano agli italiani che sono ancora lì».
E con la musica e il canto che accadde?
«Quelle erano le mie passioni, pensi che diverse volte cantai – con un'orchestrina – sulla nave su cui viaggiavo quando tornavo in Italia per un periodo di “vacanza” a Fossa. Cantavo ogni volta che ne avevo la possibilità: “Mamma”, “’O sole mio”, le arie d'opera. Inizialmente ero andato in una città periferica poi mi trasferii a Caracas, conobbi la famiglia del mio datore di lavoro, la moglie era cantante anche lei e mi introdusse in diversi ambienti e seguii anche lezioni di maestri di canto e fu lì che, ormai da baritono, incisi un disco che rimandai a Fossa con una dedica alla mia mamma».
Fin quando è rimasto in Venezuela?
«Fino al 1961 anche se nel 1956 ero già tornato in Italia, mi trattenni per un anno e mezzo completando gli studi. Ricordo che arrivai a Fossa il 13 giugno del 1956 e sulle strade c'era ancora – a mucchi – la neve caduta in abbondanza in quell'anno».
Perché decise di tornare in Italia?
«A dire il vero nel 1961 l'intenzione era quella di ripartire dopo due o tre mesi. L'Italia del 1961 era già diversa da quella di 7 anni prima, era l'epoca del boom economico e quindi le speranze di trovare lavoro erano maggiori. Devo dire che mio padre si diede molto da fare, non voleva che tornassi in Venezuela. Dopo aver fatto 18 mesi negli alpini, nel 1963 partecipai a dei bandi attraverso i quali veniva richiesto personale specializzato in Germania o in Canada. Sarei dovuto partire dopo poche settimane quando ottenni il posto in quella che si sarebbe chiamata prima Sip e poi Telecom. Anche lì ebbi modo di vedere – potrei dire in diretta – il mondo che cambiava. Il mio primo lavoro fu quello di installare i telefoni nelle case. Ricordo le famiglie che aspettavano con ansia il nostro arrivo, per non parlare dell'emozione per il primo squillo o la prima telefonata a un parente o a un amico. È come se quei paesi, all'improvviso, si aprissero al resto del mondo. Più tardi invece mi occupai di ponti radio».
E la passione per il canto?
«Quella c'era come e più di prima. Cominciai a frequentare lezioni di canto al liceo musicale di Pescara e per far questo mi dovevo assentare spesso dal lavoro e a un certo punto capii che la cosa non era più possibile. Quando però nel 1967 all'Aquila nacque il conservatorio “Casella” fui il primo allievo della cattedra di Canto. Frequentai per 4 anni, nelle ore serali. Ebbi un grandissimo maestro, Paolo Silveri, originario di Ofena. Cominciai a partecipare e vincere concorsi nazionali, ricordo che in uno incontrai anche José Carreras. Però a un certo punto dovetti scegliere».
Ci ricorda cosa avvenne?
«I dirigenti della mia azienda, che pure erano orgogliosi del fatto che partecipavo a concorsi e facevo concerti, mi fecero intendere che quella “passione” rischiava di togliere tempo al lavoro. Poi la famiglia: mi ero sposato, all'inizio degli anni Settanta erano nate le mie due figlie. Quindi decisi che il canto pur restando una grande passione – che ho sempre coltivata e mai messa da parte totalmente – doveva dare la precedenza a famiglia e lavoro».
Nel 1993 invece arriva una svolta per la carriera di cantante?
«Sì, l'azienda mi chiamò a Roma alla direzione generale per occuparmi di un progetto innovativo – le telecomunicazioni stavano cambiando pelle, eravamo entrati nell'era di internet – e ho lavorato nella capitale per 4 anni fino al 1997 quando sono andato in pensione. Lì ho conosciuto tante persone del mondo dell'opera lirica. Poi un giorno vidi in giro delle locandine, cercavano cantanti d'opera che sarebbero stati scelti attraverso audizioni. Era il gennaio 1998, io avevo 60 anni, ma mi presentai lo stesso al teatro Manzoni. Quando i componenti della commissione mi videro – io sempre sorridente – ebbero un po' un sussulto. “Che vuole questo qua” avranno pensato. Mi dissero di avvicinarmi al maestro di pianoforte e di accordarmi con lui per l'aria da cantare. Ricordo che cantai un'aria della “Lucia di Lammermoor”. Alla fine l'impresario – risoluto – si avvicinò e mi disse: “Scusi ma lei dov'è stato finora, con una voce così importante e bella lo sa che ha perso almeno 30 anni di carriera?”. E da lì ho fatto migliaia di spettacoli. L'opera è stata sempre il mio sogno e quel sogno si è realizzato. Pensi che nella Traviata ho cantato almeno 1.500 volte, spessissimo due volte al giorno: il pomeriggio e la sera».
Nel suo futuro ci sarà ancora il canto?
«Certo, se non avessi avuto questo problema di salute ora sarei negli Usa a cantare. E spero di riprendere presto. Le “arie” d'opera per me sono come l'ossigeno. Non ne potrei mai fare a meno».
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