«La montagna ancora poco valorizzata»

18 Gennaio 2019

Il docente ed ex presidente del Club alpino «La città ha bisogno di unità non di divisioni»

Bruno Marconi, 73 anni a marzo, è personaggio notissimo in città. Docente di fisica, ex presidente locale del Club alpino italiano, amante della montagna, animatore di centinaia di iniziative, fotografo che ha immortalato paesaggi, luoghi e scorci mozzafiato.
Professor Bruno Marconi cominciamo dall'inizio. Lei dove è nato e dove vive ora?
«Sono nato all’Aquila e ho vissuto nel centro storico fino al 2007, anno in cui mi sono trasferito nella bellissima frazione di Assergi. La montagna e la Fisica sono state determinanti in questa mia scelta, decisive per la mia vita e quella di mia moglie grazie alla nuova casa che è rimasta indenne alla violenza del sisma».
Una delle cose forse meno note di lei è il suo impegno in politica fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel partito Liberale. Ci racconti in breve la politica di quegli anni e come mai la scelta liberale.
«Anche se da molto tempo non mi dedico alla politica attiva, la seguo ancora con quasi “magnetica” passione perché sono convinto che ogni cittadino oltre a esprimere giudizi sull’operato dei politici, debba impegnarsi in prima persona in un movimento o un partito verso il quale si sente più vicino così da poter realizzare qualcosa per la collettività. Negli anni dell’Università, frequentata all’Aquila, durante le prime occupazioni studentesche che avvenivano in molte Università italiane, alcuni di noi, giovani universitari, pensando al sacrificio economico dei nostri genitori, non volevamo perdere le lezioni e quindi a nostra volta vedevamo, in coloro che contestavano, una sorta di negatori della nostra libertà di scelta, di decisione. Fu così che avemmo modo di dar vita a un gruppo che, sulla scia del pensiero di Luigi Einaudi, si prefiggeva di portare avanti nella nostra città un progressismo conservatore dialetticamente opposto a un’ideologia di sinistra per certi aspetti contestatrice e anticonformista. Libertà di pensiero, di azione: idee che il compianto professor Alessandro Clementi, mio insegnante negli anni del Liceo Scientifico, ben aveva inculcato e impresso nella mia mente e che mi hanno portato nella vita a impegnarmi in diversi campi della società cittadina, nella tutela dei valori che devono governare una società moderna. Una passione, questa, da indurmi a ricoprire l’incarico di segretario della sezione aquilana del Pli, diretta all’epoca dal presidente l’avvocato Manlio Marinelli, mio “maestro”, che mi ha tramandato il cercare sempre il confronto delle idee, senza arroganza o intolleranza. Posso affermare che era un altro mondo rispetto ad oggi. Fu un’esperienza interessante e gratificante. Nel 1985 abbandonai la politica attiva, non approvando l’ingresso del Pli nel Pentapartito che finiva per rinunciare ai propri valori fondanti per una politica di spartizione del potere».
Lei è stato per anni docente nelle scuole superiori in particolare di matematica e fisica. Come è cambiata, se è cambiata, la scuola negli anni in cui ha insegnato.
«L’insegnamento è stata una scelta molto convinta, come quella di dedicarmi alla “ricerca didattica”, per appassionare i giovani e i meno giovani, prospettare loro un approccio alla Fisica come “scoperta” e questo principalmente con l’uso di “giocattoli” ideati e costruiti anche con materiali “poveri” e facilmente reperibili, utilissimi per impostare conoscenze preesistenti che trovano sistematicità nell’uso ineludibile del Laboratorio scientifico. L’attività del Laboratorio mi coinvolge tuttora. Dal 1991 ho fondato nella nostra città, con un gruppo di insegnanti, la sezione aquilana dell’ associazione per l’insegnamento della fisica – Aif – , che ha dato vita a tantissime attività, tra le quali ripetute edizioni della Settimana della cultura scientifica, convegni, mostre quali “Le Ruote Quadrate” col recupero di strumenti scientifici appartenenti a scuole aquilane e teramane, l’Open day e la “Notte dei ricercatori”, in stretta collaborazione con l’Università e i Laboratori nazionali del Gran Sasso. La collaborazione con i Laboratori, inoltre, ci ha portato a usufruire di una baita all’interno del centro direzionale e, nel corso degli anni, l’associazione ha provveduto ad allestirla e arricchirla con vari laboratori scientifici. Oggi la situazione è cambiata, almeno parlo per la mia disciplina, nel momento in cui gli Istituti Tecnici si sono dati una connotazione “liceale”, sono così cambiati i programmi, sono state abolite le ore dedicate all’uso di Laboratorio facendo perdere ai giovani una manualità tecnica, importante nell’età adolescenziale».
Professore, lei è stato fra i primi all’Aquila a rendersi conto dell’importanza della nascita dei laboratori di Fisica nucleare sotto il Gran Sasso e ha portato centinaia di studenti a conoscere un “mondo” in cui si cercano di scoprire i misteri della vita e dell’universo. Ha trovato interesse da parte dei ragazzi?
«L’idea di allestire un Laboratorio di “didattica della Fisica” nei Laboratori prese subito corpo in considerazione delle molte richieste di visita degli stessi. Studenti provenienti da tutt’Italia, dietro iniziativa dei loro docenti di Fisica nonché soci dell’Aif, hanno visitato con interesse i Laboratori e con grande curiosità, anche per il fatto di essere i più grandi al mondo. In questo contesto, a richiesta, a molti di loro si dava l’opportunità di effettuare esperimenti nella baita. Si sono organizzate anche scuole “estive” per gli alunni più bravi e scuole nazionali, basate su tematiche inerenti l’ambito scientifico, in questo caso riservate ai docenti di Fisica provenienti un po’ da tutt’Italia, per dare loro modo di prendere atto dell’importanza dell’uso del laboratorio nella didattica curriculare. Oltre ai visitatori, i Laboratori hanno comportato l’arrivo nel nostro territorio di moltissimi scienziati da tutto il mondo che, nel corso di trent’anni di ricerca, sono giunti a ottenere importanti successi nel campo della Fisica delle particelle».
Passiamo alla montagna, la sua grande passione. La montagna aquilana ancora non trova giuste politiche di valorizzazione che possano dare prospettive economiche positive a chi vuole restare a vivere all’Aquila e nei centri del circondario. Come mai secondo lei?
«”Il territorio del Gran Sasso risorsa turistica post terremoto” è stato il titolo di un convegno promosso dalla sezione aquilana del Cai da me presieduta. Era il settembre 2010. Questo convegno precedeva la manifestazione “99 alpiniste sul Gran Sasso”, organizzata per ribadire la dovuta attenzione sul dramma delle popolazioni abruzzesi terremotate. Una giornata carica di significato per il numero “99” riferito alla storia dell’Aquila e per le 99 donne alpiniste partecipanti, simbolo della vita che doveva rinnovarsi, di speranza nel futuro, di rinascita di una città e di un territorio montano dalle enormi potenzialità turistiche e socio-economiche. La peculiarità dell’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo, regione dei parchi, è proprio quella di essere racchiusa fra montagne. La nostra città, ferita nella sua ragguardevole ricchezza monumentale, a testimonianza del suo illustre passato che l’ha caratterizzata, avrebbe potuto mettere a profitto la bellezza delle sue montagne e dei suoi spettacolari borghi come risorsa inestimabile da potenziare, ma ciò non è avvenuto. Cosa non ha funzionato in questi dieci anni è problematico comprendere. Si sono registrate anche iniziative di varia natura, atte a rilanciare questo territorio, penso al Piano triennale regionale 2010-2012 “Fare sistema per ripartire” i cui obiettivi puntavano su una nuova fase di crescita turistica, diversificando il portafoglio di offerta, per crescere sui mercati esteri con l’aumento dell’offerta e della competitività delle aree interne. Sempre nel 2010 vennero investiti 7,7 milioni di euro per le aree interne. Molte cose non tornano, anche perché successivamente ci sono stati altri investimenti ottenendo lo stesso risultato. Il decollo, insomma, non si è visto e oggi l’occupazione giovanile è quasi nulla. Secondo me si è pensato a grandi progetti lasciando, dopo il sisma, i centri storici delle frazioni in uno stato di abbandono incredibile tanto, come è stato scritto recentemente sulla stampa, da sembrare “nuove Pompei”, dove il tempo si è fermato a 10 anni fa. Cecità politica pluridecennale? Penso di sì se si guarda alle grandi potenzialità del Gran Sasso come una risorsa turistica con un possibile indotto economico-sociale».
L’Aquila colpita dal terremoto del 2009 è ancora ferita. Lei è attivo in diverse associazioni cittadine, come valuta la ricostruzione in corso e come vede il futuro della città?
«Dopo il sisma gli aquilani hanno reagito in maniera positiva nonostante le numerose vittime e la conseguente disgregazione sociale. Accanto alle associazioni preesistenti ne sono nate delle altre, tutte impegnate per ridare vita al tessuto sociale e a un’economia che era già in difficoltà prima del sisma. Si è però lavorato senza sistematicità, considerati i risultati. In questo senso la politica cittadina, le associazioni culturali, economiche, professionali e artigianali dovrebbero compattarsi e lavorare per un unico scopo per far sì che la nostra città, capitale degli Appennini, si risollevi puntando sul turismo montano».
©RIPRODUZIONE RISERVATA