«La nomina di Petrocchi è un segno: meno vanità più spirito di servizio»

4 Luglio 2018

Lettera di un parroco dopo la prima messa in città del cardinale «Adesso serve un cambio di visione nella Chiesa aquilana»

L’AQUILA. L’allarme antincendio scattato proprio all’inizio della celebrazione di domenica scorsa nella basilica di Collemaggio alla presenza dell’arcivescovo e neo-cardinale Giuseppe Petrocchi ha dato lo spunto a un sacerdote per una riflessione sulla necessità di un cambio di “visione” da parte della Chiesa aquilana. Non è una critica a Petrocchi, tutt’altro, ma una richiesta di sobrietà e meno “fuochi pirotecnici” nelle manifestazioni religiose in linea con le indicazioni di Papa Francesco (anche il Comitato Perdonanza in riferimento al corteo auspica una maggiore continenza). Il sacerdote – che ricopre un ruolo non secondario nella Curia – firma la lettera, ma chiede che il suo nome non venga pubblicato proprio per evitare quella “vanità” di cui si diceva sopra.
Ecco il testo della lettera: «Domenica primo luglio L’Aquila ha vissuto un momento storico della sua storia. Il suo vescovo, ora cardinale Petrocchi, ha celebrato la messa nella ritrovata basilica di Collemaggio, con grande concorso di clero e di popolo (si sarebbe detto nei tempi passati). Accoglienza solenne da parte delle autorità militari, civili e religiose, anche se per amore alla verità, Petrocchi non aveva alcun incedere solenne, quegli onori quasi li subiva, almeno così è parso di capire. Applausi spontanei lo hanno accolto in basilica. I sacerdoti già al loro posto con l’abito liturgico dell’occasione. Nella processione d’ingresso gli addetti al servizio liturgico, il capitolo dei canonici, i vescovi, un altro cardinale. Ai banchi dame e cavalieri nei loro vestiti medievaleggianti, il canto gregoriano frammisto a un contemporaneo nobilitato da una classicità ricercata. Il saluto di pace, l’emerito che si appresta a porgere gli auguri a nome di tutti e l’imprevisto. Una voce giunta da chissà dove invitava ripetutamente e in diverse lingue (segno anche questo dell’universalità della chiesa) ad abbandonare con ordine la basilica raggiungendo l’uscita più vicina. I fedeli, con ordinata ansietà, obbediscono a questa voce, i cerimonieri si danno da fare prima per capire cosa stesse accadendo, poi per tranquillizzare la platea».
«Il fumo dell’incenso», prosegue il sacerdote, «aveva fatto scattare l’allarme incendio. Quando Dio decide di essere ironico non lo batte nessuno. Agli aquilani che rischiavano di infiammarsi per le suppellettili scenografiche che avevano visto viene chiesto di uscire. Non era quello il motivo di quella convocazione. È come se lo Spirito Santo avesse detto: “Uscite da questa visione di Chiesa, prendete aria e rientrate per farvi incendiare da ciò che c’è di vero, di nobile, di eterno”. A volte mi sembra che all’Aquila soffriamo di una sindrome pirotecnica. Affascinati da fuochi splendidi ma inconsistenti, che saziano gli occhi ma non saziano la vita. Nella prima messa da cardinale di monsignor Petrocchi lo Spirito ha preso la parola, a sorpresa, e abile è stato il cardinale a non commentare l’accaduto, nemmeno con una battuta che stemperasse gli animi, ancora spaventati, che avrebbe provocato una risata generale e gli avrebbe ottenuto l’applauso. Petrocchi nel suo costante sforzo di leggere gli eventi in modo teologale, ha capito che quell’incidente doveva parlare da solo, senza alcun bisogno di essere interpretato. L’asma pastorale di cui parlava il cardinale nella sua omelia è proprio il frutto di quella sindrome pirotecnica, troppo fumo, troppo incenso, poco ossigeno devono far scattare l’allarme».
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