La pineta brucia ancora, caccia ai piromani

1 Agosto 2020

Nuova drammatica giornata per gli uomini e i canadair impegnati nella trincea del fuoco. Trovato l’innesco da cui è partito

ARISCHIA. Poco dopo le 13 di giovedì scorso una o due persone, dopo aver parcheggiato l’auto in uno slargo, si avviano a piedi sulla statale 80. Arischia è a un tiro di schioppo. A un certo punto c’è una curva che “sterza” verso un ponte realizzato sul torrente Pescine. Lì sotto, una volta, l’acqua era abbondante, oggi è solo un ricordo nostalgico. Sulla destra c’è una stradina sterrata che scende verso un canalone. È quello il posto dove gli incendiari decidono di preparare l’innesco. Nulla di particolarmente raffinato: un accendino, un pezzetto di carta e un mucchietto di aghi di pino da “rafforzare” con qualche zolla di sottobosco che si estirpa anche con le mani. Niente benzina o altri ritrovati chimici. Non vogliono rischiare nulla. Il fuoco non si fa pregare. Una striscia di fumo si alza lentamente. Gli autori del “delitto” hanno giusto il tempo di allontanarsi. La temperatura è ben oltre i 30° e poi c’è il vento. In meno di mezz’ora la pineta si trasforma nell’inferno in terra.
LA MANO DELL’UOMO. L’ultima volta che aveva preso fuoco era stata nel 1993, anche allora fu la mano dell’uomo a causare il rogo. Tempo dopo partì la riforestazione e in poco più di 20 anni il bosco era tornato bello e forte: pino nero, acero montano, ginepro, ginestra, orniello e poi una pianta che si trova solo qui, è unica al mondo. Si chiama “Pulchella subspecie aquilana”. Fu scoperta nel 2005 da un botanico. È tutto un prezioso ecosistema che va in fumo per colpa di qualche irresponsabile che sarebbe meglio definire criminale. Ieri l’incendio non era stato ancora domato e se non pioverà ci vorranno giorni per spegnerlo perché i focolai riprendono vigore in continuazione.
IL LUOGO. Da lontano monte Omo fa una strana impressione. Il fumo bianco assomiglia molto alla neve che d’inverno copre il bosco col suo manto soffice e gli dona un tocco di fascino antico. La strada statale 80 è interrotta poco dopo l’abitato di Arischia. Gli addetti Anas sono irremovibili, non passa nessuno a parte chi sta lavorando per arginare le fiamme. Per andare a Campotosto bisogna passare da Montereale. Da queste parti, però, c’è chi conosce come le sue tasche stradine e scorciatoie e in 10 minuti si riesce a raggiunge la “trincea” nella quale decine di uomini e donne delle forze dell’ordine e della Protezione civile da quasi 24 ore lavorano ininterrottamente. I Canadair, sin dalle 6, hanno ripreso i “lanci” e sfrecciano in continuazione con il loro carico di acqua prelevata dal lago di Campotosto, a pochi minuti di volo. Ci sono poi gli elicotteri dei vigili del fuoco che si riforniscono da un vascone posizionato nel campo sportivo di Arischia. In quota è impossibile arrivare, lì ci devono pensare per forza i mezzi volanti. La statale 80 è come il Piave dopo Caporetto: da qui il fuoco non deve passare, se dovesse succedere potrebbe rendersi necessario evacuare la parte alta di Arischia e forse anche Marruci, frazione di Pizzoli. Prima delle 9 arriva il tenente colonnello dei carabinieri Forestali, Sonja Placidi. È lei che coordina le indagini e riferisce al pm David Mancini, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per incendio doloso. Il tenente colonnello dice che c’è stato un solo innesco nei pressi di ponte Pescine. Si tratta ormai di un fatto certo. Purtroppo. I suoi uomini, con in testa il comandante della stazione dei carabinieri forestali di Arischia Pasqualino Croce (uno dei primi ad arrivare nella zona dell’incendio), hanno raccolto elementi che non lasciano dubbi sul fatto che tutto è successo per colpa di un incendiario (assimilabile a un vandalo) o di un piromane (persona che prova godimento a guardare un rogo). L’impressione è che gli investigatori abbiano già in mano elementi importanti. Sarebbe però importantissima la testimonianza di chi può avere visto, giovedì intorno alle 13, macchine o movimenti sospetti all’altezza del ponte Pescine.
L’APPELLO. «Se qualcuno sa qualcosa, anche di apparentemente poco significativo, ci chiami, è fondamentale», sottolinea l’ufficiale dei carabinieri-forestali. Sul posto ci sono anche i carabinieri delle stazioni che gravitano nel territorio in fiamme e poi vigili del fuoco, responsabili dell’Anas, il direttore del Parco Gran Sasso-Laga Alfonso Calzolaio, uomini della Protezione civile regionale e tanti volontari. Uno di loro, Felice Flati, arrivato ad Arischia alle 6 (il suo turno è fino alle 14) è impegnato con altri suoi colleghi a creare dei piccoli tratti frangifuoco per evitare che le fiamme si infilino, per esempio, nei sottopassi (basta anche una pigna rovente). E poi tubi che spruzzano acqua per spegnere i piccoli focolai che spuntano ovunque e vanno “repressi” senza indugio. Alle 11 del mattino la temperatura già “vola” verso i 40 gradi. Il vento non è fortissimo, ma al fuoco basta poco per spostarsi e variare direzione in un battibaleno. Centinaia di ettari bruciano e il disastro, qui ad Arischia, è ormai sotto gli occhi di tutti. Nel pomeriggio si apre un altro fronte tra Pettino e Cansatessa alla periferia del capoluogo. La battaglia contro il fuoco, in questa estate aquilana, rischia di diventare una guerra.
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